—«Pesciolino, mi'amante,
Saresti a me costante?
Mi faresti la carità?»—
Per non allungarla troppo, il Pesciolino fece apparire in nel momento quel, che Gianni volse; e la mattina doppo, quando la Principessa fu levata e s'affacciò alla finestra, vedde un bel palazzo novo e col giardino pieno di piante, di fiori, e con un bosco fitto tutto di cedri, che non ci mancava nulla e pareva il palazzo reale. E venuta poi l'ora delle nozze, eccoti! comparsero la mamma e la sorella di Gianni, vestite come tante Regine. E accosì bisognò che la Principessa s'accordasse a diventare sposa legittima di Gianni: ma lei non era contenta. Anzi, che lei non era contenta l'addiede subbito a divedere; perchè, in nel mentre che spasseggiavano nel giardino, lei colse un bel cedro e poi lo messe di nascosto in tasca a su' padre; e, quando furono a tavola alle frutte, lei disse:—«Sarei più allegra se qualcuno non m'avesse rubbato il più bel cedro del mi' giardino.»—A quel discorso tutti si dettano a cercare per le tasche, e il Re lo trovò in nella sua. Guà, poer'omo! diventò rosso come un carbone acceso dalla vergogna. E, doppo un pezzo, che strolagava chi gli aveva fatto quel brutto scherzo, la su' figliola gli disse:—«Caro padre, non vi state a confondere a cercare chi è stato, e non vi sbigottite: ma arricordatevi, che anch'io non sapevo chi m'aveva ingravidata, e in ogni mo' e' mi conviense di star serrata nella torre per vostro comando e pigliar poi lo sposo, che m'avete trascelto. Il cedro in tasca vi ce l'ho messo io.»—Il Re, a questo rimprovero, non ci arrispose. Ora, per tornare un passo addietro, bisogna sapere, che, quando Gianni andette per l'ultima volta dal Pesciolino, il Pesciolino gli disse, che lui partiva per un altro paese, ma che non voleva dibandonarlo. E però gli fece il regalo d'una lampana d'ottone; e, a stropicciarla, questa lampana, subbito appariva tutto quello, che Gianni bramava; ma lo pregò d'essere di molto prudente e a badare di non perderla la lampana, insennò non c'era più rimedio; tutto l'incanto finiva[iii]. E siccome Gianni del possesso non n'aveva, tutte le su' entrate le cavava dalla lampana; pagava i mercanti a mesi; una stropicciatina alla lampana e la lampana buttava i quattrini secondo il bisogno, per le carrozze, per i cavalli, per i servitori, in somma per ogni spesa giornaliera; e così tirò innanzi per un bel pezzo. Ma, per su' disgrazia, Gianni la testa non l'aveva sempre con seco, e po' colla su' moglie non ci steva troppo d'accordo. Sicchè, lui, gli era sempre a girare di qua e di là; e la lampana la serbava accosì niscosta dientro un cassettone fra delle ciarpe e delle robbe smesse. Un giorno, dunque, che Gianni era fori, viense a passare di sotto alle finestre del su' palazzo un rivendugliolo, di quelli, che comprano cenci e rottami d'ogni sorta. In nel sentirlo urlare per la strada, la cameriera della Principessa andiede a trovarla e gli domandò se voleva dar via quel, che c'era di vecchio per la casa. Dice la Principessa:—«Sì, sbrattiamo della robba inutile il palazzo.»—E si messano a rinfrustare tutti gli armadî e i cassettoni, sicchè trovorno anco la lampana d'ottone; e, concredendo che non fosse bona a nulla, la vendiedero per pochi soldi a quel merciajolo ambulante. Quando però si viense alla fine del mese, che Gianni doveva fare i soliti pagamenti, cerca di qua, cerca di là, la lampana non la trovò più addove lui la tieneva. Tutto sbigottito, corre dalla moglie e gli domanda se lei quella lampana l'ha veduta. Dice la Principessa:—«Sì, l'ho veduta; ma i' la vendetti per ottone vecchio a un merciajolo.»—Scrama a quella nova Gianni:—«Oh! me sciaurato! No' siem fritti! Quella lampana era tutta la mi' rendita, perchè era una lampana incantata!»—Allora la Principessa, invece di racconsolarlo, lo mandò subbito via dal palazzo e lui tornò poero come prima.
E finisce accosì la mi' novella:
Se vo' sapete, ditela più bella.
[] Novella narrata dalla Luisa Ginanni del Montale Pistojese all'avv. prof. Gherardo Nerucci. Cf. Pentamerone, I. 3. Peruonto.—”Peruonto, sciaurato de coppella, va pe' fare 'na sarcena a lo vosco. Usa no termine d'amorevolezza a tre, che dormeno a lo sole; ne receve la fataziene; e, burlato da la figlia de lo Re, le manna la mardezione, che sia prena d'isso. La qual cosa saccesse; e, sapenno essere isso lo patre de la creatura, lo Re lo mette dento na votta co' la mogliera e co' lo figlio, iettannolo dinto mare. Ma, pe' bertute de la fatazione ssoja, sse libera da lo pericolo; e, fatto 'no bello giovene, deventa Re.”—Lo stesso racconto è presso lo Straparola. Notte III, Favola I. (Vedi pag. 194 del presente volume tra le note alla Novella XIII Il Luccio). Pitrè (Op. cit.) CLXXXVIII. Lu loccu di li passuli e ficu. Pitrè (Otto fiabe e novelle siciliane, raccolte dalla bocca del popolo ed annotate, Bologna, 1873). III. Lu Cuntu di Martinu.
[ii] Che alcuni pesci fossono addomesticabili e benevoli all'uomo è stata opinione diffusa. Narra Brunetto Latini:—“Et elli si trova ne le storie antiche, che uno garzone nutricò uno delfino col pane et amavalo tanto, che 'l fanciullo lo cavalcava et giucava con lui. Avvenne, che 'l garzone morio; et elli, stimando che 'l fosse morto, se lasciò morire. Et anche in Egitto, un garzone nutricò un altro, che simigliantemente lo cavalcava et giocava con lui. Addivenne, che questo garzone, a preghiera d'uno signore, si lo fece uscire fuori et saltare ne la piazza; et quelli lo uccisero.”—
[iii] È la lampada di Aladino delle Mille e una Notte.
[3] Ricorda l'antica Andromeda; Olimpia ed Angelica legate al duro sasso dell'Ariosto; il Mostro Turchino del Cerlone, ecc.