LE DUE BELLE—GIOJE.[1]

C'era una volta un Re e una Regina: in capo a qualche anno rimase incinta. Nell'essere un giorno alla tavola d'i' pranzo con il suo legittimo sposo, risponde e dice:—«Carissimo sposo, io pretenderei di farmi strolagare per vedere o maschio o femmina ch'io devo fare e su che destino nasce.»—Dice:—«Avrei piacere ancora io.»—I' Re subito manda a chiamare un astrolago per fare strolagare la sposa. Apparisce l'astrologo con i' suo bravo libro sottobraccio, se lo leva di sottobraccio e l'apre. Si turba lo strolago. I' Re:—«Cosa c'è?»—«Eh maestà, sarebbe disgrazia; mi perito anche a dirgnene. Sua sposa partorirà una bellissima femmina, e, nasce sur i' destino, che deve esser portata via da i' vento.»—I' Re:—«Quando sarà i' momento, che te partorirai,»—dice alla sposa—«farò mettere subito mano a fabbricare una gran torre innanzi a i' mio palazzo; e per entrare n'in chesta torre ci sieno tre porte da aprirsi e da chiudersi, per via che i' vento non possa far male a nessuno.»—Quando fu l'ora e ì' momento, fabbricata questa torre, v'era quartieri da Regina e da Re, come fusse stato n'i' palazzo. Vi straportano la Regina in una bellissima camera; che costì, compiti i nove mesi, cominciò i dolori d'i' parto e partorì una bellissima femmina. Prese una buona nutrice pe' rilevà' la figlia d'i' Re, per nudrilla. Datogli le sue dodici damigelle alla bimba, datogli tutta quella servitù, che a lei le si apperveniva. Venendo in crescenza la figlia; andando a ora di digiunè, a ora di pranzo, a ora di rinfresco nella torre con tutta la sua famiglia, lui, la sposa e la bimba; vedendo la figlia, che, quando gli avevano mangiato e bevuto si rizzavano:—«Addio, sai, Nini; addio, sai, bimba; stai bona!»—si rizzavano e se ne andavano via; alla servitù, che aveva dintorno, dice:—«Io vorrei sapere, o perchè io devo stare sempre qui?»—«Eh signorina, io non lo saprei neppur io. Lei deve ubbidire ai Suoi genitori. Quello, che vole i' padre e la madre. Lei deve stare all'ubbidienza.»—La stava zitta, poerina! Ma si struggeva: e i' babbo e la mamma, che gli volevano un bene dell'anima, tanto feciono, che seppero perchè la stava così immalinconita. Fu costretto i' Re di fare un invito nella torre della figlia; un invito d'un pranzo, che lui dava: ci fusse di tutto; tutta l'udienza e tutto. Fissato quest'invito, che aveva dato i' Re, apparisce i' tal giorno a pranzo nella torre. Dice:—«Signori, io vi ho invitati quì nella giornata a pranzo da me, per avere un consiglio da vojaltri.»—«Eh Maestà, i' consiglio si dovrebbe prender nojaltri da Lei e non Lei da nojaltri.»—«Anzi da vojaltri. Siccome abbiate da sapere, che la mia figlia è nata sur destino che, compiti che lei avrà i diciott'anni,... è nata sur destino che deve esser portata via da i' vento;—voi, ingegneri, volendola menare fori a passeggio, ci potrebbe essere una maniera, che non fosse portata via da i' vento?»—«Sacra Maestà, fabbricata che fosse una carrozza di ferro fuso con delle buche, tanto per vedere l'aria, i palazzi, questi campanili, queste cupole, questi casamenti, potrebbe vedere gnincosa e non potrebbe essere straportata via da i' vento.»—Gl'ingegneri presono di potergnene fare questa carrozza di ferro fuso. Fu straportata questa carrozza nella torre, aprendo una porta alla volta. I' padre e la madre e la figlia, rivestiti da quello, che gli si apperveniva, entrano nella carrozza tutti e tre, i' padre e la madre e la figlia. Dice:—«Eh quì siamo a i' sicuro! nè io nè la mia figlia non possiamo essere straportate da i' vento! Andiamo, andiamo!»—Sortendo dalla torre, la carrozza va e se ne vanno alle Cascine. Non gli parea vero esser sortita fori, vedendo tutte quelle belle cose, tutti quei bei palazzi, chiese, campanili e tutto. Smirava, l'era mezza grulla in carrozza dalla contentezza. Si dà la disgrazia che, quando sono vicino a i' prato più grande delle sue Cascine, si dà la disgrazia una folata di vento, una ventolazione in grande, che ti sbalza la carrozza e ti porta via la figlia d'i' Re. E i' padre e la madre a piangere fortemente di aver persa la figlia, che non potettero mai sapere in dove i' vento l'avesse straportata. La combinazione fu, che i' vento la straportò in un'isola la più grande, che ci fusse; sur un tetto, che ci abitava una Fata[2]. Poerina, essendo in su questo tetto, che lei non sapeva in dove l'era e dove non era, poerina! piangeva e sospirava, su codesto tetto. E questa fata, che sente rammaricarsi:—«Voglio andare a vedere, che diamine c'è sur i' mio tetto.»—Salisce la fata:—«Chi mai ti ha straportata sur i' mio tetto?»—«Abbia da sapere, che io son la figlia d'i' Re; ed era nata sur i' destino, che doveva essere portata via da i' vento.»—«Per me, ti hai da essere figlia di un Re, ti hai da essere anche figlia di uno spazzaturajo; se vuoi venire giù, vieni; se lavorerai, mangerai!»—gli fa questa fata. Te la mette lì in casa:—«Dimmi un po', dimmi. Di primo impeto: io vo sapere come t'hai nome.»—«Mi chiamo Bella—Gioja[3].»—«Sì, eh? fussi minchiona a chiamarti Bella—Gioja! Ci ho i' figliolo, che si chiama Bella—Gioja. Guarda, s'io ti vo' chiamare Bella—Gioja, te? Ti metterò nome Troja.»—«Oh mi metta i' nome come vo' Lei.»—Poera ragazza! Eccoti i' figliolo, che torna a casa della fata. A un tratto vede quel bel pezzo di ragazza.—«Dà retta, non gli ponere gli occhi addosso, che non ti vengano delle simpatiacce; che io peno poco a rimandarla di dove l'è venuta.»—«Io vi dirò una cosa, sapete, mamma?»—gli fa Bella—Gioja, i' figliolo della fata, alla fata:—«Io vi dirò: e' si guarda una fascina, ch'è di tre pezzi; posso guardare quella femmina, che l'è di un pezzo solo.»—«Andiamo, s'ha a mangiare.»—Mangiano, la tavola gli è bell'e apparecchiata.—«Non gli dai da mangiare a quella ragazza, mamma?»—Dice:—«Te, t'hai da pensà' per te. Come la lavorerà, mangerà. Se non lavorerà, non mangerà.»—La gli dà per non parere un bicchier d'acqua, neppur pieno i' bicchier d'acqua, e una fettina di pane, ch'era più quasi a una fetta di salame.—«Come si chiama, mamma?»—«Fammi i' piacere, fammi, non me lo rammentare neppure come si chiama!»—«Perchè?»—«Perchè, fammi i' piacere, fammi, se tu sapessi come si chiama! Si chiama Bella—Gioja. Io, che ho te, che ti chiami Bella—Gioja, non vo' far altro che chiamar Bella—Gioja lei!»—«Ma, o come gli hai messo nome?»—«Oh senti, che ti piacqua o non ti piacqua, io gli ho messo nome Troja e la dee aver nome Troja.»—«O non le sapevi metter altro che di nome Troja?»—«No, ha da esser chiamata Troja, Troja, Troja!»—Si rizza Bella—Gioja e va a i' suo travaglio, alla sua bottega a lavorare quello, che faceva di mestiere. Fatto si è la sera, quando gli è l'ora delle ventidue, torna a casa Bella—Gioja. Dava sempre delle occhiatine a quell'altra Bella—Gioja. Non gli veniva mai detto:—Troja»—a i' figliolo; la rispettava, com'ella aveva a esser rispettata. Come di fatti si mettono a tavola. Dice alla madre Bella—Gioja:—«Dategli quaiccosa anche a quella femmina là. Che volete? senza mangiare non si sta ritta.»—«Come la lavorerà, la mangerà. Una fettina di pane e mezzo bicchier d'acqua.»—E Bella—Gioja gli dava d'occhio a quell'altra Bella—Gioja, come a dire:—«Zitto! la s'addormenterà mia madre e io starò sveglio.»—Come di fatti, lui cercava di ubbriacare ogni sera sua madre, per via ch'ella cominciasse a russare.—«Sai, Bella—Gioja, s'ha ire a riposare, che domattina tu t'hai a levà' presto; t'hai da andare a lavorare. Te, Troja, vien quà. La vedi quella cassa lì?»—«La veggo.»—«T'hai a sdrajare su quella cassa e t'hai a dormire lì.»—Se ne vanno a letto, Bella—Gioja e la madre. Quando Bella—Gioja sente, che la madre l'ha attaccato i' sonno, adagio adagio, sorte d'i' letto, lui. Va alla cassa:—«O Bella—Gioja, che dormi?»—«No, non dormo.»—«Oh alzati! vieni di qua con meco.»—La s'alza, poerina, e va di là insieme con Bella—Gioja:—«Accomodati a sedere.»—Con la bacchettina fatata... batte la bacchettina fatata:—«Comandi, Signore!»—«Comando le meglio bevande e pietanze; da Regina, come lei è.»—Ed apparecchiata la tavola d'ogni ben di dio, e tutti e due (le due Belle—Gioje), a mangiare a bere a spron bàttuto:—«Sai, Bella—Gioja; io t'ho da avvertitti d'una cosa, perchè la mia scelleratissima mamma ti vorrà far fare cose, che te non le hai mai fatte a questo mondo, e non le puoi fare mai. Non piangere, nè sospirare. Tu non devi far niente; perchè, quando sono le ventitrè, apparisco io e faccio tutto quello, che mia madre vole che facci te. Ora verrai a riposare in un bellissimo letto. Altro, che[4], a mattina, sparirà i' letto, che te hai riposato nella nottata; e te ti troverai sulla cassina. Non vol dire niente.»—Va di là, batte la bacchettina fatata e apparisce questo bellissimo letto. Si trova spogliata Bella—Gioja e si trova messa n'i' letto, che n'i' suo palazzo non avevano un letto uguale a quello, che quella nottata riposava Bella—Gioja. Bella—Gioja, la terza sera, quando ebbero mangiato e tutto, andiede a letto con la mamma; e la ragazza sulla cassa. Quando fu addormentata la mamma, Bella—Gioja il giovanotto s'alza e va dalla ragazza:—«Bella—Gioja, alzati e vien di là.»—S'alza di sulla cassa e vien di là. Lui batte sulla cassa e gli apparisce d'ogni grazia di dio, di bevande, di pietanze e tutto.—«Intanto che te mangi, sai, Bella Gioja, si fa una faccenda stasera.»—Andò a prendere una caldaja, la empì di acqua e la messe a i' foco; prese della farina, diverse libbre di farina; e cominciò a fare la pasta. Fece tutti maccheroni. Cotti (che li ebbe) e tutto, prese questi maccheroni; e quicchè v'era d'arnese nella casa, principiando da' panchetti del letto, asserelli, attrazzi del letto e tutto, seggiole, imposte, arali, tutti gli attrazzi, che v'era per la casa, a tutti diede i maccheroni; alla paletta poi, che stava nel camino, a quella lì... li ebbe abbondanti, perchè nel posto, che stava Bella—Gioja a dormire sulla cassa, messe la paletta sulla cassa. Pare almeno, che gli abbia contentati tutti, nel suo tenitorio, in dove stava insieme con la madre!—«L'ora, cara Bella—Gioja, è tale di partì' di quì.»—Si prende la bacchettina fatata, che aveva la madre; carica due muli tra verghe d'oro e d'argento; montano su in questi muli carichi; chiudono la porta; e via a spron battuto. Se ne vanno via, trottando, via, via, via. La fata, che si sveglia la mattina e tasta, che non sente che c'è Bella—Gioja, il suo figliolo, la mattina:—«Eh si vede, ch'è andato via a bottega. Troja! alzati, che gli è tardi.»—«Ora!»—la paletta gli risponde.—«lasci stare un altro pocolino, sono stracqua.»—«Ora, ti dico, che tu t'alzi.»—Oh! c'era un malandrino sgabello sott'i' letto della fata, che s'erano scordato dargli i maccheroni:—«Chiamala, chiamala la Troja! gli è costì la Troja!»—fa questo sgabello.—«Chi sa le miglia, che gli hanno fatte, vedi! Si son caricati due muli fra verghe d'oro e argento e sono scappati via.»—«Ah birboni! ah birboni!»—Questa donna sorte da i' letto; sorte da i' letto, si veste, e via di gran carriera per corrergli dreto. Trova una bottega di ortolano; c'era l'omo sulla porta della bottega, che vendeva erbaggio.—«Ditemi, galantomo, avreste visto passare un omo e una donna con due muli carichi?»—«A un soldo i' mazzo i broccolini!»—«Ma vi ho detto, se avevate visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«I broccolini un soldo i' mazzo! i broccolini un soldo i' mazzo! Volete i porri? un soldo i' mazzo!»—«Io vi dico, se avete visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«Un soldo i' mazzo le cipolle!»—«Andate a farvi sbudellare!»—Gli volta il sédere[5] e tira via. Un pò più in sù, cammina cammina, la trova una bottega di merciajo:—«Ditemi, giovanotto, avreste visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«Un soldo la pezza i' cordoncino!»—«I' ho detto, se v'avete visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«Come La lo vol'Ella? Renza? o nastro di cetone, di seta, di velluto?»—La s'imbizzisce, la scappa via anche da lui. Trotta, trotta, la trova un chierico su una cappella d'una chiesa.—«La dica, sor chierichino, non avrebbe visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«I' prete gli è in sacrestia, che si veste pe' dì' messa.»—«I' ho detto, se l'ha visto passare un omo con una donna e due muli carichi? »—«Adesso gli esce di sacrestia per andare all'altare.»—«Oh non mi rompa i' capo! Gli dico, se gli ha visto passare un omo con una donna e due muli carichi? La mi dice: ora gli è per entrare la messa!»—«Ora gli scende all'altare tare per segnarsi e cominciar la messa.»—«Io ho detto: se ha visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«Gli è a i' confiteor, gli è!»—«Andate a farvi benedire!»[6]—La gli volta i' sédere e la scappa via. Corre, corre a spron battuto, da disperata: cammina! cammina! Diceva:—«Oh! m'ha sbudellata anche bene.»—Si volta Bella—Gioja la ragazza e vede la fata, che era dreto:—«Oh Bella—Gioja!»—«Che cosa c'è?»—«C'è vostra madre dietro, sapete?»—«Lasciamola essere; tiriamo via, tiriamo.» Il fatto gli è, che batte la bacchettina fatata e fa venir su un bosco fitto.—«Eh birbone! m'hai tradito anche bene.»—Con quelle mani, che l'aveva, fa sì tanto, che; a un pò per volta, la sbrana i' bosco e la trapassa. Sempre Bella—Gioja corre con la testa voltata addietro, per vedere se la vedeva la fata.—«Bella—Gioja!»—«Cosa c'è'?»—«Vostra madre, a i' solito.»—«Lasciala, lasciala venire! Qualche volta si fermerà.»—Batte la bacchettina fatata, fa venire una montagna crepidosa con tutto un porcume da poter sgrusciolare, da non poterla salire.—«Ah birbone! me l'ha fatta!»—Si provava e brrr! giù e sdrucciolava. Sdrucciola parecchie volte, venne sì tanto a fare, che la montagna la trapassò anche quella. Cammina, cammina, cammina, Bella—Gioja si volta addietro a vedere la fata:—«Oh Bella—Gioja, ci è vostra madre.»—«Lasciala essere! Verrà i' momento, che la 'un ci sarà più.»—Batte la bacchettina fatata.—«Comandi.»—«Comando una montagna di tutti arnesi bene arrotati, bene affilati e tutto.»—«Oh birbone! me l'ha fatta bella!»—E la va lei a provare, se può passare quella montagna, adagio adagio. Le si stacca un dito, le si stacca quell'altro, che, alla fin d'i' salmo, con i' sali e sali e sali, quando la fu in cima, gli si strappa quei due arnesi che la teneva un dito tanto dalla parte sinistra che destra. La venne di sotto e la s'affettò, la cara fata, come una rapa.[7] Camminavano, andavan trottando tutt'e due le Belle—Gioje, quando i' giovane disse alla ragazza:—«Non importa, che si trotti gran cosa: perchè la mia madre non esiste più nin questo mondo, sai.»—«Davvero?»—«Noi si pole andare con la nostra libertà.»—Lei, poerina, la non sapeva neppure quasi quasi la città, di dove l'era.—«Non lo sai, eh, Bella—Gioja, che nome l'ha la tua città, in dove eri nativa?»—Dice:—«Eh, no!»—«Eh la troverò io.»—Batte la bacchettina fatata lui; non istà ad impazzire.—«Comandi, signore.»—«Comando si sia straportati sulla real piazza d'i' padre della mia Bella—Gioja qui.»—Furono straportati in un battibaleno. Straportati, che furono, Bella—Gioja il giovinotto:—«Oh»—dice—«questo, vedi, è i' tuo palazzo.»—«Va bene.»—«Facciamo un'altra cosa, battiamo la bacchettina fatata.»—Batte la bacchettina fatata.—«Comando, che di faccia a i' palazzo reale, apparisca qui un palazzo sulle Meraviglie, tre volte più bello di quello d'i' Re, con tutta la servitù e i guardaportoni alla porta; servitori a dargli i' braccio alla Principessa; facchini a portar su le verghe d'oro e tutto n'i' palazzo suo.»—Torniamo a i' padre della ragazza. Che, alla mattina, si sveglia i' suo maggiordomo, se ne va a i' barcone d'i' terrazzo d'i' Re, e, a un tratto:—«Che affare è questo? Oh che bel palazzo sulle Meraviglie! Come mai? Iersera non c'era niente. O sogno o sveglio.»—E comincia a stropicciarsi gli occhi:—«O dormo o sono sveglio»—dice.—«Ma sono sveglio, non dormo.»—Va da Sua Maestà, picchia alla bussola:—«Maestà, si pole passare?»—«Passa, passa.»—«Ah che bellissima cosa, Maestà!»—«Cosa c'è? Cosa c'è?»—«Chiami il cameriere, si faccia vestire; deve venire di là e affacciarsi a i' terrazzo. Un palazzo sulle Meraviglie, assai più bello d'i' suo; e v'è due giovani, maschio e femmina! sono due occhi d'i' sole.»—I' Re, che ti va insieme con i' suo maggiordomo; a mala pena che va sul terrazzo e vede quel palazzo, ti occhia que' due be' giovani, tra maschio e femmina, i' suo sangue a un tratto gli faceva i cavalloni.—«O caro Maggiordomo, chiamami i' mio servo, e digli indispensabilmente, che vada là nin quel palazzo e gli dica: Sua Maestà li riverisce tutti e due; vorrebbe sapere lui da che parte vengono e da che parte non vengono.»—A i' servitore gli dice Bella—Gioja i' giovinotto:—«Non posso spiegare qui n'i' mio appartamento. Pagherei di essere in conversazione da Sua Maestà e gli spiegherei i' tutto. Andate e ditegnene a Sua Maestà.»—«Sissignore.»—Si leva i' cappello.—«Adesso porterò l'imbasciata e la risposta, che gli manderà Sua Maestà.»—Va i' servitore davanti a i' Re:—«Maestà, son due occhi di sole, proprio educatissimi n'i' discorrere, n'i' parlare e tutto.»—Sua Maestà, che sente questa risposta, che è costì, cosa ti fa? Gli manda per i' servitore:—«che oggi alle ore cinque farò attaccare i miei cavalli e verrò a prendere quei due giovani, che verranno a pranzo n'i' mio palazzo.»—Portano la risposta a tutte e due le Belle—Gioje:—«Si gradisce con tutto i' vero core, di venire a pranzo da Sua Maestà.»—Gli portan la risposta:—«Oh Maestà, lo gradiscono con tutt' i' vero core, di venire a pranzo da Lei.»—«Benissimo, benissimo!»—Quando è vicino alle cinque i' giorno, fa attaccare i cavalli alla carrozza di gran gala. All'ordine che è la carrozza, Sua Maestà non fa che[8] scendere da i' suo palazzo, entrare in carrozza e svoltare i cavalli, per entrare n'i' palazzo di Bella—Gioja. Tutt'a due le Belle—Gioje, che vanno a riscontro d'i' Re per le scale:—«Fermi, fermi, signori! non v' incomodate adesso! ho la mia servitù, che mi fa salire.»—Quando sono per entrare n'i' salone, ci si mettono tutt'e due inginocchioni davanti:—«Alzatevi, signori; meno complimenti, meno complimenti, alzatevi.»—Si alzano e tutto. Alzati, che sono:—«Ora è l'ora e i' momento di venire n'i' mio Real Palazzo.»—«Maestà, si viene con tutto i' vero core.»—Scendono le scale dell'appartamento di Bella—Gioja e montano in carrozza di Sua Maestà. Montati nel Real palazzo, (che gli erano di braccio a salir le scale) e tutto:—«Signori, si accomodino alla sala di pranzo.»—E viene i' Re padre di faccia a Bella—Gioja la figliola e la Regina di faccia a Bella—Gioja i' giovinotto.—«Ditemi, bel giovane»—fa i' Re—«come vi chiamate?»—«Eh Maestà, mi chiamo Bella—Gioja.»—«Oh non me lo dite, non me lo dite, non me lo rammentate neppure questo nome! Oh Bella—Gioja! Aveva una figlia, che si chiamava Bella—Gioja. Mi nacque una figlia sur i' destino, che doveva esser portata via da i' vento; e i' nome si chiamava Bella—Gioja. E i' vento se la rapì. Non so, poerina, se è viva o morta. Io non lo so!»—E dà in un rotto di pianto. Bella—Gioja, che te lo vede piangere fortemente, dice:—«Eh Maestà, non si disperi tanto; perchè, Sua figlia, La fa conto d'averla avanti ai suoi propri occhi.»—Dicono, tanto i' padre che la madre:—«Come? quella, che è mia figlia?»—«Sì,»—gli fa Bella—Gioja,—«che è Sua figlia.»—Si rizzano tutti e due e gli s'avventano a i' collo a sua figlia, a baciarla tutti e due dell'allegrezza.—«Ah, poera mia figlia, come t'è andata, figlia mia?»—«Che vuole, signora madre! il vento mi straportò su i' tetto d'una fata, che era madre d'i' mio liberatore, che è qui. Carissima madre, quella che mi faceva fare! Cose innumerabili, che non poteva esser capace neppure a smovermi di quì a lì[9]. La prima volta, la mattina, mi menò in una stanza, che era piena di tutte le civaje, che le doveva scegliere: i fagioli coll'occhio da sè; i fagioli bianchi da sè; i' granturco da sè... Quando Le dico, tutte le civaje. Bella—Gioja qui, i' mio legittimo sposo, che dev'essere...»—«Si, figlia mia, dev'essere i' tuo legittimo sposo...»—«Che, se non era lui, io non faceva niente. Veniva e mi trovava, che piangeva: Al solito, Bella—Gioja, che piange! Ti dico, non piangere! Ci sono io per te, che rimedio a i' tutto. La seconda volta, la fata mi diede una stanza di tutti panni sudici; li doveva ammollare, pulire, bucatare, rasciugare, stirare e tutto! La terza volta poi, i' caro Bella—Gioja qui, mio liberatore, qui, si pensò caricare due muli, prendendo la bacchettina fatata della sua scelleratissima madre, e scappar via con due muli carichi tra verghe d'oro e d'argento.»—«Eh carissima figlia! n'hai sofferto! n'hai sofferto! Ma ora non ne soffrirai più. Questa fata, voi Bella—Gioja, che abita ancora in questo mondo?»—«Eh»—dice Bella—Gioja,—«non esiste più in questo mondo.»—«Ora è l'ora e i' momento di mangiare e di stare allegramente.»—Viene le pietanze, i' vino: mangiano e bevono e si divertono. La mattina dopo, Sua Maestà fa:—«Qui farò bandire, che io ho ritrovata mia figlia e i' suo liberatore, che gli ha salvata la vita e straportata alla mia presenza. Domani si annuncierà.»—Ne fa consapevole a tutte l'altre Corone: un invito generale allo sposalizio della figlia d'i' Re. Segue lo sposalizio: dettero a mangiare ai poveri della città, pane e vino e tutto. Se ne godettero e a me nulla mi dettero:

Stretta la foglia, larga la via,
Dite la vostra, che ho detta la mia.

NOTE

[1] Bisogna distinguere varî tratti in questa Novella. Prima di tutto la figliuola del Re, chiusa, come quella d'Acrisio, in una torre, acciò non le accada una grande aventura preastrologata e segnatamente non venga rapita dal vento. Cf. Lo Viso, trattenimento III della Giornata III del Pentamerone:—«Renza, chiusa da lo Patre a 'na torre, ped essere strolacato, ca aveva da morire pe' 'n uosso masto, sse 'nnamora de 'no Prencepe. E, co' 'n uosso portatole da 'no cane, spertosa lo muro e sse ne fuje. Ma vedenno l'amante 'nzorato vasare la zita, more de crepantiglia; e lo Prencepe, pe' lo dolore, ss'accide.»—Cf. soprattutto Le tre corune (Ibid. IV. 6.)—«Marchetta, arrobbata da lo viento, è portata a la casa de 'n Orca; da la quale, dapò varie accidente, recevuto 'no boffettone, sse parte, vestuta d'ommo. Capeta 'n casa de 'no Re; dove, 'nnammoratose d'essa la Regina e sdegnata pe' non trovare cagno e scagno, l'accusa a lo marito de tentata vergogna. È connannata ad essere 'mpesa. Pe' virtù de 'n aniello, datole da l'Orca, è liberata; e, fatto morire l'accusatrice, essa deventa Recina.»—Madama di Sévigné alludeva senza dubbio a qualche fiaba francese analoga, scrivendo alla figliuola, il ventuno giugno M.DC.LXXI:—«Ie ne vois pas bien où vous vous promenez; j'ai peur, que le vent ne vous emporte sur votre terrasse; si je croyais, qu'il pût vous apporter ici par un tourbillon, je tiendrais toujours mes fenêtres ouvertes et je vous recevrais, dieu sait! Voilà une folie, que je pousserais loin!»—

[2] Brunetto Latini:—«Sono operationi, le quali l'uomo fa senza la sua volontà, ciò è per forza o per ignoranza; sicome el vento levasse un uomo e portasselo in un altro paese.»—

[3] Narra Ludovico Domenichi nelle Facezie (Libro I) di—«un M. Nicolò da Genova, il quale.... era chiamato dalle donne Genovesi M. Nicolò dalla Bella Gioja, ecc.»—Q. V.

[4] Altro, che, qui è modo ellittico per non altro, se non che.

[5] Sédere, sdrucciolo, in vece di sedère, piano. Vedi pag. 472 tra le note alla novella seguente di Leombruno.