— «Ma chi va a letto senza cena, tutta la notte si dimena. I miei compagni sono andati al banchetto del quale il Sindaco si fa onore alle spese dei contribuenti; io no: ho voluto venir qua da te. Che mi dai?».

— «Oh poveretta me! Non ho se non un po' di pane stantìo e del cacio di pecora. E come si fa? Tutte le botteghe son chiuse!».

— «Porta qua, che ci ho un appetito militare. E condito da questa salsa ed in tua compagnia, il pan raffermo ed il formaggio mi sapranno meglio d'ogni manicaretto».

— «Ma perchè non mi hai scritto? Avresti trovato qualcosa di caldo almeno!» — dice la povera donna. E non osò soggiungere per non mortificare Sennacheribbo, — «e mi avresti risparmiate tante angosce!».

— «Oh sì, scrivere! scrivere io! se tu sapessi, mamma, quanto pesa la penna alle mani avvezze a trattar la sciabola. Preferisco dar la scalata ad una piazza, anzichè scrivere due righi».

Ho voluto riferirvi questa scenetta particolareggiatamente, acciò vi persuadeste, che Sennacheribbo, in fondo, era un buon figliuolo ed un bravo soldato. Ed ottimo soldato si era dimostro sempre in prosieguo e bravissimo figliuolo. Da sottotenente passò luogotenente, da luogotenente capitano, amato dai compagni, stimato dai superiori, modello proprio dell'ufficiale zelante. Ma, da qualche tempo, aveva perduta l'ilarità naturale; era divenuto pensieroso e malinconico; non professava più l'usato disprezzo pei libri, anzi leggeva di continuo e recitava versi; fuggiva i compagni, e si dilettava nel passeggiar solitario al chiaro di luna. Lo dicevano innamorato. Ma di chi? Vattel'a pesca! Il fecero spiare, il tenner d'occhio; ma nessuno potette mai scoprire la signora del cuor suo. Non un indizio, nonchè un principio di prova, fu possibil di raccorre. A chi tentò di barzellettar seco sull'argomento, fece quasi paura, tanto andò bestialmente in collera; sicchè nessuno osò mai più ritoccar quel tasto. L'umor tetro di lui era raddoppiato, dopo il bandimento del concorso matrimoniale per la Principessa. Scansava di ragionarne e solo emetteva qualche tronca bestemmia, quand'altri toglieva a discorrere, ed aveva più volte dichiarato, che, espletato il concorso, quando avesse a rendere omaggio com'a Re ad uno qualunque di quei proci, darebbe le dimissioni. Abbiamo già riferite le parole profferite da lui nel giorno del tumulto contro l'autocrate d'Antibo, parole, che, per la benignità del colonnello, gli fruttarono solo un mese di arresti di rigore. Era appunto la prima volta, che montava la guardia, dopo scontato quel mese di arresti, quando venne chiamato da Re Zuccone e mandato in cerca della Principessa smarrita.

Galoppa galoppa, senza mai far alto, lo squadrone giunse in una tratta alla macchia di Valquerciame e precisamente al punto, ch'era stato il luogo del convegno dei cacciatori. Lì Sennacheribbo te lo spartisce in tante pattuglie, in tanti pelottoncini, per battere la selva in ogni direzione. Imboscano con le debite cautele, come se eseguissero una ricognizione. Cammina, cammina, ecco, dopo lungo andare, nel più folto della macchia sentono rammaricarsi, un gemere compresso. Seguono la direzione, onde venivano i lamenti, e veggono e trovano, che mai uomini e donne legati agli alberi con salde ritorte ed imbavagliati. Erano i gentiluomini e lo gentildonne di Corte, venuti alla caccia in compagnia della Rosmunda, per farle seguito codazzo, corteo, scorta. La triade regio-brigantesca li aveva fatti imbavagliare, legare ed abbandonar lì: perchè, a condurli via, sarebbe stato un impiccio; ed ammazzarli, una crudeltà supervacanea; ed a lasciarli liberi, avrebbero divulgato troppo presto la notizia del ratto. I maligni dicono, che parecchi tra gentiluomini ed i maggiorduomini... sbaglio, s'ha a dire maggiordomi e maggiorduomini sarebbe troppo contrario al vero, che parecchi tra costoro furono dolentissimi di non essere stati invitati a cooperare all'attentato, e parecchio delle gentildonne scandolezzatissime di non avere ispirato ancor esse idee di ratto. E stavan lì da meglio che ventiquattr'ore, ed avevan passata la notte intiera intiera, battendo i denti in nota di cicogna, crepando di fame, scoppiando di sete, schiattando di paura. Il capitano li fece sciogliere, rifocillare alla meglio e procedette ad uno interrogatorio. Dal quale, sebbene le risposte di quella gente, poco svelta per natura, e più immelensita che mai dal sonno e dallo spavento, fossero confusissime, risultò, che, una ora all'incirca dopo cominciata la caccia, erano stati aggrediti e sopraffatti da' satelliti de' tre sovrani stranieri, malmenati, affunati ed abbandonati in quel modo con le sbarre in bocca. E la Principessa? Anche lei era stata sacrilegamente manomessa: presa e tentando di svincolarsi e difendersi con la coltella da caccia, aveva leggermente vulnerato l'autocrate di Antibo. Ma, insomma, aveva dovuto cedere al numero ed alla violenza: l'avevano legata in sella e portata via, correndo a spron battuto verso Occidente, in direzione della frontiera, insomma.

Sennacheribbo corso allo spiazzo, là dove gl'indicavano avvenuta la lotta; e vi trovò di fatti l'erba calpesta, tracce di sangue, qualche panno cruentato e qualche scampolo di fune. Vide brillare un oggettucolo: corse a raccoglierlo. Era una legaccio con fibbia d'acciaio, che evidentemente aveva dovuto staccarsi nel contrasto dalla gamba o dalla coscia della Principessa; perchè veramente ignoro, se la Rosmunda solesse allacciarsela al disopra o al disotto del ginocchio: alcuni degli scrittori alemanni, che narrano le storie scaricabarilesi, affermano l'una ipotesi, altri l'altra; ed io nel dubbio, son di parer contrario. Sennacheribbo raccolse ed intascò quella reliquia della rapita con maggior devozione certo, che Odoardo III d'Inghilterra non provasse nel raccattar la giarrettiera della contessa di Salisbury; e la lontananza della Principessa preveniva ogni pericolo che egli potesse imitare la disadattaggine del Re ed essere costretto a rimediare con un Honny soit qui mal y pense ad un'alzata di sipario involontaria. Poi pensò al da fare, e s'attenne al primo disegno, che gli si affacciò alla mente e che stimò buono. Vale a dire d'inseguire i rapitori; lasciare, che cavalli e cavalieri si riposassero per un quattro o cinque ore; e poi, mettersi nella pesta dei tre Re, requisire cavalli di cambio per via; sconfinare occorrendo; raggiungere i ladroni nelle loro tane; ma non tornare indietro, se non ricuperata la Principessa, come il Re gli aveva imposto. Era un giuoco difficile e rischioso: i plagiarii avrebbero avuto circa trentasei ore di vantaggio, e dovevano aver prese mille precauzioni per assicurare sè e la preda. Ma Sennacheribbo calcolava appunto sulla sicurezza in cui dovevano essere, riposando su questo vantaggio e queste precauzioni. Prese un soldato intelligente e lo spedì alla Maestà del Re, latore d'un breve dispaccio ed incaricato d'una lunga imbasciata. Ai gentiluomini ed alle gentildonne diede per guida un taglialegna che li accompagnasse fuori della macchia. Ordinò ai suoi uomini di inferraiolarsi e sdraiarsi per le terre e di riposare alquanto, mentre alcuni comandati preparavano il rancio con la cacciagione abbandonata da' tre Re.

Lui, Sennacheribbo, inferraiolato anche lui, si sdraiò anche lui per le terre in disparte ed avrebbe voluto sonnecchiare e ristorarsi: ma che? Non gli riusciva di chiuder occhio. Il sangue bollente gli scorreva impetuosamente nelle vene, come metallo fuso ne' canaletti, pe' quali si dirama nel gettarsi una statua. Le arterie delle tempie gli pulsavano audibilmente al pensiero, che donna Rosmunda, per iniquo tradimento, trovavasi in balìa, in potestà di tre malandrini senza coscienza. E, nel silenzio di quella selva notturna, gli divenne chiaro per la prima volta, confessò per la prima volta a sè stesso di essere innamorato della Principessa. Non gli date del pazzo!; egli medesimo, stringendosi sulla fronte il freddo fodero metallico della sciabola, chiedeva, se avesse dato di volta? se un ramo occulto di follia si dichiarasse? Un povero capitanellozzo di seconda classe, spiantato, orfano, esposito, innamorarsi, ma quel che si dice innamorarsi perdutamente, della erede di un Regno di seicencinquantaquattromila trecentoventun miglio quadrato di superficie e con centoventitrè milioni, quattrocencinquantaseimila settecentottantanove abitanti! Perchè non s'era presentato al concorso matrimoniale? Appunto perchè non pazzo, appunto perchè consapevole della distanza che il separava dalla sua donna. Amava disperatamente. Aveva voluto negare a sè stesso quella passione aveva chiamato orgoglio nazionale, zelo per la cosa pubblica, devozione alla dinastia, fervore per l'onore di Casa Reale, cura per la felicità della figliuola de' suoi Re, l'odio concepito contro i ridicoli proci ed abominevoli. Ma ora non poteva dissimularselo: era gelosia bell'e buona. Le passioni conculcate e contrastate divampano con veemenza maggiore: era gelosia frenetica. Nello agitarsi, sentì in tasca un fagottino, che, stretto fra il suolo ed il femore, gli dava noia. Era il legaccio della Principessa. Cacciò fuori quel gingillo, che aveva toccate le belle membra della sua donna: e si propose di non manifestare ad alcuno quel ritrovaticcio; di custodirlo segretamente come l'avaro che fa del tesoro; di portarlo sul petto in quella impresa avventurosa, che, secondo ogni probabilità, doveva riuscirgli funesta, come un talismano. Lo guardò, lo considerò; vi piovve sopra alcune lagrime virili; se l'avvolse al collo; se l'avvolse intorno al polso destro, intorno al sinistro; e, senza saper quel che si facesse, lo baciò.

Non appena l'ebbe tocco con le labbra, ecco scuotersi la terra ecco il barbaglio d'un lampo, ecco brontolare il tuono. Una folata di vento stormì di improvviso per la foresta. Ed il giovane sorpreso, nell'alzar gli occhi si vide dappresso una donna leggiadrissima, tutta velluti e trine e gemme, la quale diffondeva intorno una luce vividissima, tanto da rischiarare splendidamente il bosco e da fare impallidire la luna che spuntava roggia ed immensa. Sennacheribbo la squadrò dapprima attonito; ma vinta la prima impressione di stupore, da quel cortese ufficiale che egli era, balzò in piedi, si cavò il cimiero, le fece un inchino umilissimo e chiese in che potesse servirla, alla bella incognita.