— «Sua Maestà mi ha imposto di non tornare senza la nostra Principessa».
— «Ed io ti giuro, che, se non fossi qua io per assisterti, non tornare potresti bene; ma tornare con esso lei non ti riuscirebbe. Ma io toccherò dragoni e cavalli con questa mia verghetta criselefantina e ne ventiquattruplerò le forze. Va, chiama il tromba, fa che lo squadrone si raduni e salga in arcioni, e precipitati a galoppo sfrenato dietro il fuoco fatuo, ch'io ti darò per guida.» E, così dicendo, percosse il suolo con la magica bacchetta criselefantina, mormorando:
Da le profonde viscere
Di acquitrinoso suolo,
Levati, o fuoco fatuo,
Splendido e ratto a volo.
Immediatamente un bel fuoco fatuo, dalla fiamma azzurrina, ristette fra le piante della macchia ad una ventina di passi da' due: tremolava, oscillava, dondolava, s'incurvava, balzellava lievissimamente, come la fiamma di una candela in mano di fanciulla che cammini pian piano, guardinga. La fata proseguì:
Dove quei cani prencipi
Traggon la mia diletta
Questo drappello vindice