Dacci il segnale, muòviti
Non indugiam di più.
Per vie battute e impèrvie
Selve, di su, di giù,
Donna Rosmunda guidaci
A trar d'affanno tu!
Il fuoco fatuo si mosse, con velocità iniziale poco minore di quella d'una palla scagliata dal cannone liscio di ventiquattro, e dietro tutto lo squadrone, come se caricasse. I cavalli spiccavan salti di ventiquattro metri l'uno, anzi salti della distanza, che separa due pali del telegrafo. Sarebbe stato uno spavento il vedere ed udire questa massa nera, preceduta da una fiammella azzurrina, che passava con l'impeto della tempesta, con lo scroscio del tuono, come una tromba fragorosa e gravida di folgori: ma era notte fitta, ed i campagnuoli, i contadini, i villani, gli agricoltori, i zappaterra, russavan tutti nei tugurii. Galoppa, galoppa, galoppa; vola, vola e vola; divorarono le tante miglia che conducevano alla frontiera del Regno. Frontiera, che il monarca d'Introibo, il despota d'Exibo e l'autocrate d'Antibo avevan frattanto già varcata con la bella prigione.
Rosmunda! Aveva tentato di difendersi, di svincolarsi e persino vulnerato con la coltella da caccia Re Guasparre; aveva poi tentato di fuggire; ma tutto indarno! l'avevano inbavagliata, ammanettata, impastoiata, incapestrata, e gittata, e legata per la cintura, trasversalmente sulla sella: con le braccia dietro, come un sacco di grano e via! I cavalli eran lanciati al gran galoppo, e venivan mutati ad ognuna di quelle stazioni, che il prudente autocrate aveva scaglionate lungo la consolare. I tre, giunti sul territorio antiboino e stimandosi ormai al sicuro da ogni inseguimento e sentendosi stanchissimi da quella cavalcata a rompicollo, risolvettero di fare un alto, anzi di far tappa e di riposarsi alla prima osteria. Di fatti entrarono Al gallo d'oro, buon vino e buon ristoro, alloggio e stallatico; che aveva per insegna un gran galletto giallo scarabocchiato sul muro, accanto alla frasca canonica, col motto:
Quando questo canterà
Credito si farà,