Oggi no, domani sì;

Patti chiari, amici cari.

Il Gallo d'oro era una tavernaccia isolata, di fama dubbia, che aveva per clientela i trainanti, i cavallanti ed il contrabbandierume dei dintorni; non offriva dunque comodi maggiori di quelli, che tal gente richiede e paga. Il buon vino era una mistura d'acqua di fonte, acquavite di patate, e non so che sostanze coloranti; il buon ristoro, pane stantìo, formaggio pecorino, salame di asino, carne di capretto e qualche volta un po' di caccia o qualche uova od un par di pippioni, o qualche pesce pescato nel fiume regale, che scorreva poco lontano. Ma si sa, in viaggio, bisogna sapersi contentare: i tre Re morivano di fame, di sete e di stanchezza; quindi smontarono, ordinarono da pranzo e deliberarono di aspettare in quel luogo il ritorno d'un corriere, che Guasparre spedì al comandante d'una piazza forte vicina, acciò gli venisse incontro con due o tre Reggimenti e carrozze ed ogni ben d'Iddio.

Mentre l'oste e l'ostessa tagliavano il collo a galline e piccioni e scendevano in cantina a prender del migliore, ancora tutt'assonnati, come quelli, che eran stati desti in sul meglio del dormire, e trasognati, come quelli, che per la prima volta albergavano de' Re, l'autocrate d'Antibo disse a' compagni d'iniquità: — «Signori, io son galantuomo. Abbiamo fatta una preda, un bottino, una presa, una caccia, chiamatela come volete, in comune, in società, in accomandita, viribus unitis, cooperando: ed in società dovremo incontrare le conseguenze del nostro operato».

— «Pur troppo!» — sospirò Don Melchiorre, che aveva paura, ma paura!

— «Bah! tutto finirà per arrangiarsi,» — sghignazzò Baldassarre V, il quale non aveva ancor ben compresa, m'immagino, la gravità dell'atto perpetrato.

— «Patti chiari, amicizia lunga. Abbiamo fermato di dadeggiar questa femmina, subito dopo varcata la frontiera scaricabarilese. Presto, mentre ci apparecchiano un po' di colezione, qua i dadi e sbrighiamoci. Chi ha tempo non aspetti tempo».

— «Giochiamocela piuttosto all'oca, dilettevole per chi gioca e chi non gioca,» — propose il monarca d'Introibo.

— «Un emendamento, Maestà mie. Teniamola piuttosto in comune, finchè ogni guaio non sia terminato: allora, sorteggeremo,» — suggerì Don Melchiorre XVII.

— «Nossignori, nommaestà,» — replicò l'autocrate. — S'è detto di dadeggiarla, dadeggiata dev'essere; s'è detto, subito dopo varcata la frontiera, dunque adesso, subito, immantinente, senza frapporre indugio, senz'altra tardanza. Bisogna stare alla convenzione, al pattuito. I dadi! In tre colpi! Chi tira il punto maggiore, se l'abbia pure. La proposta di Don Melchiorre è inaccettabile. Vel confesso: dopo che la nostra prigione mi ha naverato nella macchia di Valquerciame, ogni amore, ogni desiderio, ogni misericordia è morta in me. I riguardi dovuti a voialtri, il rispetto de' trattati, ed anche la speranza d'una vendetta più squisita e prolungata, mi han solo trattenuto dal segarle la gola lì per lì, dallo sgozzarla issofatto, dallo scannarla su due piedi. Ch'io sia il vincipremio, non la farò mica mia. Anzi la farò appendere per li capelli ad una forca di cinquanta cubiti e ve la farò morire di fame e di strazio».