Moralmente potrà ben dirsi:

Quid levius pluma? pulvis! Quid pulvere? Ventus!

Quid vento? Mulier! Quid muliere? Nihil!

Ma, fisicamente, è un altro par di maniche.

Le donne pesano sempre; e svenute, sempre come insegna la fisica, pesan di più. Ma quando poi la svenuta è la nostra sovrana, l'erede del trono, la futura Regina di seicencinquantaquattromila trecenventun miglio quadrato di territorio e di cenventitrè milioni, quattrocencinquantaseimila settecentottantanove sudditi; e che noi, che la sorreggiamo, non siamo se non un povero capitanucolo de' dragoni, un trovatello spiantato.... mamma mia, che imbarazzo allora! oh che impiccio! che impaccio! che briga! che soggezione! che paura di violar qualche canone di etichetta! Chi sa quali regole prescrive l'etichetta delle Corti ne' casi analoghi? Chi sa quali siano le disposizioni del cerimoniale? E come apprestarle soccorso? come farla rinvenire? Recarsela in seno e portarla di peso su qualche letto ed adagiarvela? Misericordia! che familiarità indebite! Spruzzarla d'acqua? Che irreverenza! Slacciarle il busto e la gonna? Che orrore! E non esserci una camerista per accudirla! L'albergatrice? Ohibò! donna equivoca, schifosa, ed antiboina per giunta: come mai commetterle la cura e la salute della Principessa? E contate per nulla lo spavento? E se la tramortita morisse? Che responsabilità terribile! Morire forse per mancanza di assistenza, per trascuraggine, per pusillanimità del protettore! Il povero capitano stava fuori di sè. Per buona ventura, gli sovvenne del legaccio incantato. Senza lasciar di stringersi timidamente al petto la Rosmunda che sarebbe sennò stramazzata per le terre, sbottonò la tunica, trasse quel gingillo, che portava sul cuore, lo ravvolse intorno al pugno sinistro e v'imprese un bacio.

Non appena l'ebbe sfiorato con le labbra, ecco vacillar la terra come tremuoto; ecco divampare come un baleno; ecco un rombo come di tuono; ecco un vento impetuoso fischiare per gli anditi della casupola; e restare innanzi al capitano una donna avvenentissima, tutta velluti e trine e gemme, la quale spargeva intorno una luce vivida tanto da rischiarare splendidamente la stanza e da oscurare, ecclissare i torchi accesi ed il lume della alba che incominciava a penetrare dalle finestre spalancate.

— «Cara fata Scarabocchiona» — disse l'ufficiale, — «eccovi la vostra figlioccia, sana e salva, com'io credo, ma svenuta. Qui non ci son donne ed i miei dragoni sarebber bravi ad ammazzar giganti, ma non sanno trattar una creaturina come questa. L'affido a voi, dunque. Curatela voi; fate voi che rinvenga».

— «Povera figliuola mia!» — sclamò la fata, e sedutasi sur uno sgabello prese in grembo e coperse di baci la giovane sempre in deliquio.

— «Fata benedetta mia, se, come ogni fata d'un certo grado, possedete anche voi un carro alato o tirato da draghi e da ippogrifi, ve ne scongiuro, riconducete voi, al più presto, la Principessa nella Reggia di Scaricabarilopoli dal padre. Frattanto io corro a sbrigare ed aggiustare un certo conto coi rapitori; e bramerei non aver impicci di donne qua presenti».

— «Non temere; la ragazza rimane nella mia custodia. Bravo Sennacheribbo, corri pure a far quel che occorre. Penserò io a rintegrar la Rosmunda nel dominio paterno. Vai, vai pure,» — disse la Scarabocchiona, ed alzando la verga criselefantina mormorò certi versetti: