Pagano. Batracom. II. 20.

Dimme, dì, a chi sì' figlio e da do' viene?

Pagano. Batracom. I. 6.

—«Aspè! aspè'!»—Volea cchiù dì'; ma 'n chesto

Tremmaje la grotta e la terra ss'aprie.

Perruccio. Agn. Zeff. V. 15.

[7] Nel racconto precedente abbiamo vista 'e bacche, 'e bitelle; qui ci abbiamo 'e baccarelle; appresso vedremo 'a beretà; tutte parole nelle quali il v si muta in b, per effetto della vocale accentuata, che precede. Così per regola dovrebbe farsi sempre. E quando non accade, è corruzione. Molto può in queste mutazioni anche l'eufonia ed il capriccio individuale, come in parecchie cose accade anche in Italiano; p. e. per l'aumento innanzi alle parole comincianti da s impura, che seguono a consonanti, pe' troncamenti, ecc.

[8] Corna r'oro, nome proprio del toro, che mi fa sospettare, che prima l'animale affidato a Giuseppe dovesse essere crisocerio. E questo particolare sarebbe importantissimo, volendo investigar l'origine mitologica del conto. Cf. con la Novella straparolesca. Ma queste nostre versioni del racconto sono molto sfigurate ed impoverite di particolari.

[9] Signure, plurale di signore; i nomi in ore fanno il plurale in ure, come quelli in one il fanno in une.

[10] Sempe, sempre. Ma sempre dicesi pure talvolta. Ecco le due forme adoperate in soli quattro versi (se pure non è licenza de' tipografi) da Andrea Perruccio (Agnano zeffonnato, II, 2).