»Non mi trovo assai dotto, signor Balfour per discutere sopra tali argomenti con voi; ma non crederò mai che il cielo possa inspirare atti contrari alla umanità, sentimento di cui lo stesso cielo ne ha fatto un precetto.»

Burley sembrò confuso alquanto a tai detti, ma riprendendo lena, freddamente rispose. »Ella è cosa naturale che pensiate così. Voi giacete tuttavia immerso in una oscurità più profonda di quella che regnava nel carcere ove gettato fu Geremia. Pure l'impronta della luce brilla nel vostro fronte. No; il figlio di colui che fe' sventolare sulle nostre montagne la bandiera della giustizia non rimarrà sepolto in tenebre eterne; e giugnerete a riconoscere, che quando siamo chiamati, dobbiamo ubbidire senza discernere, nè vicini, nè congiunti, nè amici.»

»Sentimenti tali siccome i vostri, sclamò con enfasi Morton, scusano sino ad un certo punto le provvisioni crudeli, che i membri del Consiglio privato hanno prese contro di voi. Essi dicono che vi spacciate forniti d'interne rivelazioni e che scotete il giogo delle leggi e dell'umanità, ogni qualvolta queste si trovano in contradizione con ciò che chiamate vostro spirito illuminatore

»Essi pronunziano giudizio ingiusto sopra di noi. Sono eglino quegli spergiuri, che calpestando tutte le autorità divine ed umane, ne perseguono perchè ci teniamo strettamente alle leggi promulgate dopo la morte di Carlo I, a quelle leggi di cui giurarono l'esecuzione al pari di noi.»

»Vi replico, Sig. Balfour, che a me non piace entrare in tal controversia. Ho voluto pagare un debito di mio padre col darvi un asilo, ma non è mia mente nè di servire la vostra causa, nè di prendere parte alle vostre discussioni. Vi lascio dunque, e porto meco un sincero rincrescimento di non potervi prestare maggiori servigi.»

»Spero però rivedervi domani prima che io parta. Quando ho posto mano all'impresa ho detto addio a tutte le affezioni terrene; pur sento che il figlio del colonnello Morton mi è grandemente caro. Ogni volta ch'io fiso gli occhi sopra di lui, mi prende un fermo convincimento che lo vedrò un giorno sguainare la spada in difesa di quella santa causa per cui suo padre ha combattuto.»

Morton gli promise rivederlo sul far del giorno e si ritirò.

Non passò egli una notte molto tranquilla. La sua immaginazione, turbata dagli avvenimenti della giornata, gli presentò sogni i più bizzarri ed i più incoerenti. Ora gli si dipingeano innanzi spaventevoli scene, il cui autore principale era Burley. Ora vedea dinanzi a sè Editta Bellenden, pallida e cogli occhi pregni di lagrime che da lui implorava soccorso, intantochè barriere insuperabili ne lo disgiugnevano. Si trovava indi sopra un campo di battaglia, in mezzo alla mischia, e fra l'orror delle stragi; finalmente era fatto prigioniere e condannato a perire. Già sorgeva l'aurora, quand'ei fu sciolto da sogno sì tormentoso.

»Ho dormito troppo, esclamò; proteggiam la partenza di questo misero fuggitivo.»

Corse alla scuderia, e lo trovò che ancora dormiva. Gli battè sulla spalla, e Burley scosso a quel colpo, ma tuttavia tra il sonno e la veglia, sclamò »Un sacerdote, voi dite? sì, un sacerdote di Belial. Fate quel che volete di me, non negherò già quello a cui una forza invincibile mi costrinse. — Ah siete voi! (riconobbe Morton in quell'istante). Sì, gli è d'uopo partire. Ma non mi accompagnerete almeno alla distanza d'un tiro d'archibuso dalle montagne?»