»Faceste un ottimo acquisto, Cuddy: ma io non accetterò queste cose senza ricompensarvene.»

»No, no, sig. Enrico. Parleremo un'altra volta di ciò! Per ora non ho io tutto il mio bisognevole entro la valigia del sergente Bothwell? Voi lo vedete. Non vi è cane che non abbia il suo giorno di buona ventura, come suol dire mia madre. Povera donna! — Ma a proposito! Vorrei ben sapere che cosa ne sia divenuto in mezzo a tanto sconquasso. Se non avete nulla da comandarmi, ne vado in cerca.»

»Andate, Cuddy, andate: non ho alcun bisogno di voi.» Allora Cuddy si ritirò lasciando le due valige raccomandate alla sella d'uno de' due cavalli testè menzionati.

»Le leggi della guerra, pensò fra se stesso Morton, e la necessità soprattutto, mi autorizzano a valermi degli arredi contenuti in questa valigia. Se però sapessi a chi appartengono, li restituirei al loro padrone, se vive tuttora, o ne compenserei il prezzo ai suoi eredi se più non fosse.» Mentre tai cose ragionava coll'animo, portò gli occhi su quella parte della stessa valigia, ov'era scritto in cifre d'oro il nome di Evandale, dal che conchiuse ch'era stata tolta dal cavallo ucciso sotto il ridetto lord, là nello spianato ov'ei giunse dopo la perdita della battaglia. La qual considerazione fe' sì che ei non concepisse maggiori inquietudini sul destino d'un uomo cui sapea egli stesso, Morton, d'avere forniti i modi di salvezza, e continuava a sperare che avesse potuto giovarsene.

Si diede indi ad esaminare gli scritti contenuti nella cartella di Bothwell, e vi trovò il registro de' dragoni comandati da quel sergente colle annotazioni di quelli che erano assenti per congedo; una lista di persone d'opinione contraria al governo, e quindi da assoggettarsi ad ammenda, copia d'un mandato del Consiglio privato che autorizzava il sergente ad arrestare diversi individui; più certificati di capi sotto i cui ordini aveva servito Bothwell, concordi tutti nell'encomiarne il coraggio; varie liste di spese fatte nelle taverne. Il documento più meritevole d'osservazione era un albero genealogico composto colla massima accuratezza, e munito di tutte le prove necessarie a dimostrarne l'autenticità. Vi era parimente uno specchio esattissimo di tutte le proprietà appartenenti ai conti di Bothwell, poi confiscate. Vi si trovava ancora una enumerazione de' nomi di coloro ai quali il re Giacomo le avea concedute, e che continuavano tuttavia a goderne. Bothwell avea scritto al piede di questa lista: haud immemor.

In un segreto ripostiglio della cartella stavano alcune lettere che la scrittura indicava vergate da mano femminile, una treccia di capelli e alcuni versi di carattere di Bothwell, e che le cancellature fatte dalla stessa mano mostravano essere autografi del medesimo Bothwell.

Mentre Morton leggea questi versi, che non privi affatto di merito giudicava, gli comparve innanzi Burley.

»Svegliato a quest'ora! gli disse. Ottimamente. Ella è una prova del vostro zelo per la buona causa.»

Morton dopo avere narrata succintamente la spedizione di Cuddy, pose fra le mani del Puritano le carte di Bothwell. Burley esaminò con grande attenzione tutte quelle, che in qualche modo ai pubblici affari si riferivano, ma giunto ai versi li gettò da se con disprezzo; »Allorchè (grazia sempre alla celeste assistenza!) liberai la terra da questo strumento di persecuzione, non mi immaginai certo che un uomo non privo di valore invilisse il suo spirito a cose cotanto futili e profane. Ma vedo che il demonio comparte a' suoi prediletti ogni sorte d'ingegno, che la stessa mano alla quale conferisce il potere di trucidare gli eletti in questa valle di perdizione, è abile ad un tempo ad arpeggiare per consumar l'esterminio delle figlie della vanità.»

»Dunque le idee che vi siete formate intorno al dovere, soggiunse Morton, vi divietano ogni amore delle bell'arti! Son pochi però che non le abbiano per soccorrevoli a purificare e sollevare l'anima umana!»