Entrando nella stanza, ove lord Evandale era stato rinchiuso, lo trovò carico di catene e nell'atto che, accorgendosi dell'arrivo di qualcheduno, si alzava dal pagliericcio; solo letto assegnatogli. Il prigioniero presentò agli occhi di Morton lineamenti tanto sformati e per la perdita di sangue cagionata dalle ferite e per la fame e per le veglie sofferte, che se non avesse saputo di doverlo vedere in quel luogo, a stento avrebbe ravvisato in esso quel giovine ufiziale, pien di salute e vigore e segnalatosi per tanti atti di prodezza nella giornata di Loudon-Hill. Alla luce della tetra lampada che gli schiariva la stanza, Evandale riconobbe Morton, e d'un tale riconoscimento manifestò qualche sorpresa.
»Spiacemi grandemente, o milord, di vedervi in tale stato» gli disse Enrico.
»M'hanno assicurato, rispose il prigioniero, che vi dilettate di poesia. Se ciò è vi ricorderete di questi versi.
Che ferree porte e raddoppiato muro,
Cui non penètra il sol, crescano affanno
A prigionier, che del sentirsi puro
Si ripari all'usbergo, è folle inganno.
Rombi pur nembo reo contr'esso insorto;
Trova nel carcer suo quïete e porto.
Ma quand'anche più insopportabile mi sembrasse la mia prigionia, è un mal breve, poichè domani mattina ne sarò liberato.»