»Ella non è in casa (rispose la stessa mistress Wilson, persuasa forse dallo stato della sua acconciatura a dire questa bugia). Voi siete però un malcreato. Vi sareste fatto male alla lingua col nominarla Mistress Wilson di Milnwood?»
»Vi domando scusa (rispose Enrico sorridendo fra se stesso in accorgersi come la buona Alison non avea dimesse le sue pretensioni a que' rispettosi riguardi che a se credeva dovuti). Vi domando un'altra volta scusa ma arrivo da paese straniero, e vi sono rimasto sì lungo tempo che quasi ho dimenticata fin la lingua della mia patria.»
»Voi venite da paese straniero? Avreste a sorte inteso parlare d'un giovane di questi luoghi, il cui nome è Morton?»
»Ho udito pronunziare un tal nome nella Alemagna.»
»Aspettatemi un momento. Ma no. State ben attento a quel che vi dico. Girate attorno la casa. Troverete una porticella di dietro chiusa soltanto con un saliscendo. Apritela, ed entrate nel cortile delle galline, ma ponete mente di non cadere nella cisterna che è lì lì appresso a questa portella, perchè l'ingresso è assai buio. Voltatevi indi a man destra, e andate diritto un poco di tempo. Vi volgerete indi a destra una seconda volta, e vi troverete nel cortile nobile. Abbiate occhio di non isdrucciolar giù per la scala della cantina. Poco lontano da essa troverete la porta di cucina. Adesso non si viene nel castello per altra parte. Entratevi e mi troverete ivi, e direte a me quello che volevate dire a mistress Wilson.»
Ad onta della minuta spiegazione che di ogni particolarità locale avea fatta la nostra Alison, tutt'altro forestiere sarebbesi trovato nell'impaccio a dover superare un tal labirinto. Ma la nozione che Morton doveva avere della sua casa, giovò di filo al nostro secondo Teseo. Evitò con tutta franchezza i due scogli additati a lui dalla vecchia, e l'ostacolo più difficile a superare fu un cane di Spagna che abbaiava spietatamente contr'esso. Questa bestia però gli era anticamente appartenuta; ma diversa assai dal cane di Ulisse, non ravvisò il suo padrone comunque l'assenza di lui men che quella del re d'Itaca fosse durata.
»Nemmeno costui! sclamò Morton. Se lo dico! Non v'è anima che mi ravvisi!»
Entrò adunque in cucina, nè andò guari, che udì per le scale lo strepito concertato de' talloni alti che armavano le scarpe della vecchia, e del bastone col pomo a becco di civetta sul quale ella reggevasi.
Prima che questa giugnesse ebbe il tempo di dare un'occhiata intorno alla cucina. Comunque le vicinanze del paese non difettassero di carbone e si vendesse anche a buon mercato, ei non vide però ardere sulla ferrata del cammino che un fuoco economico di torba e di ramicelli di ginestra. Attaccato era alla catena un pensile ramino entro il quale stava cucinandosi il desinare per la Alison e per una fantesca, ragazza di dodici anni che avea per salario il sol nudrimento. Le esalazioni delle vivande poste sul fuoco davano a conoscere come questa vecchia non facesse pasti più sostanziosi di quelli cui avvezzata erasi col suo defunto padrone.
Al primo apparire di lei, Enrico ravvisò tostamente e quel tuono dignitoso di cui le piacea tanto sfoggiare, e que' lineamenti su i quali il mal umore, frutto della consuetudine, contendea colla bontà d'animo connaturale a questa donna; e riconobbe persino quel berrettone rotondo, quella vesta turchina, quel grembiule bianco che le avea veduti portar tante volte. Unicamente un nastro che ricigneale il capo, e qualche lieve giunta che avea fatto in fretta all'ordinario suo aggiustamento, indicavano qual differenza passasse tra la Alison, antica governante di sir David, e mistress Wilson di Milnwood.