»Qual cosa bramate da mistress Wilson? ella gli disse. Son io mistress Wilson» Perchè i cinque minuti impiegati nel farsi linda le sembrarono bastanti a ripigliare il suo nome d'onore, e a poter pretendere con più sicurezza il rispetto che a se credeva competere. Enrico non sapea troppo quel che gli convenisse rispondere a tale interrogazione, poichè avea pensato bensì a non farsi conoscere, ma non al pretesto da prendere per introdursi incognito in casa. Ma la nostra Alison nol lasciò gran fatto nell'imbarazzo, perchè senza aspettare ch'ei rispondesse alla prima inchiesta, attaccò sotto e con molta sollecitudine la successiva: »Voi dunque stando nell'Alemagna avete udito parlare del sig. Morton?»
»Sì, mia signora, del colonnello Silas Morton.»
Tutta la ilarità che leggeasi dianzi nella fisonomia della buona donna disparve all'udir questi accenti.
»È dunque il padre del Morton di cui vi chiedo che avete voi conosciuto, il fratello del fu sir David. Però.... quello, voi non potete averlo conosciuto in paese straniero! l'apparenza de' vostri anni mi dice di no. Quando egli fece ritorno alla Scozia voi dovevate ancora essere nella mente di Dio. Io sperava che mi portaste notizie del figliuolo di questo Silas, del povero sig. Enrico.»
»Vi dirò, signora. Le nozioni sul colonnello Silas Morton, le ho avute da mio padre. Quanto al figlio, ho inteso dire che ei sia perito naufragando sulle coste di Olanda.»
»La cosa non è che troppo probabile, e ha costato ben molte lagrime ai miei poveri occhi. Sfortunato! suo zio me ne parlava ancora il giorno della sua morte, e fu dopo avermi comunicate le sue intenzioni sulla quantità di vino e d'acquavite da dispensarsi nel dì de' suoi funerali alle persone che vi assisterebbero, perchè, morto come vivo, è sempre stato un signore prudente, economo, e che antivedeva tutte le cose. — Alison, mi dicea, perchè mi chiamava sempre così. Figuratevi..... la nostra conoscenza era di vecchia data! — Alison, dunque diceva, abbiate ben cura della casa; fate che vi regni il buon ordine come se fossi ancor vivo; se mai un giorno rivedeste il mio povero nipote, raccomandategli saviezza e soprattutto economia. Furono le sue ultime parole. Ah! aggiunse qualche altra cosa. Aveva un'avversione grandissima alle candele gettate a stampo, e la sfortuna lo portò ad accorgersi che in quel momento ne ardeva una di queste sopra la tavola, onde mi si volse: — Per un moribondo basta anche una candela foggiata sulla bacchetta.»
Intantochè mistress Wilson andava così ripetendo gli ultimi discorsi del vecchio avaro, un barbone, antico camerata d'Enrico era entrato in cucina, e avvicinatosi a lui, e dopo averlo fiutato un istante, non tardò a riconoscerlo, e a manifestargli in mille carezzevoli guise la gioia di rivederlo. Finalmente gli saltò sulle ginocchia.
»Abbasso Elphin, abbasso signorino!» gridò Enrico in tuon d'impazienza.
»Voi sapete il nome del nostro cane! la Alison sorpresa affatto esclamò. Per altro non è un nome tanto comune. — Ma egli pur vi conosce!» Allora mettendosi gli occhiali e avvicinandosi a lui: »Bontà divina! esclamò; è il mio povero figlio; è il sig. Enrico.»
E ciò dicendo la buona vecchia si strinse fra le sue scarne braccia il giovane amato, sel premè al cuore, e il colmò d'abbraciamenti sì teneri come se fosse stata sua vera madre: finalmente ai pianti della consolazione si abbandonò. Commosso Enrico da tante dimostrazioni d'amore, non ne risparmiò contraccambio alla vecchiarella affettuosa, nè pensò più a sostenere la sua finzione; che se l'avesse anche voluto non ne avrebbe avuta la forza.