»Ne sono convinto, nè voi vi affaticherete certo a negarmi cosa, della quale fa prova la lettera stessa che mi scriveste.»
»E supponendo ch'io questa cosa non neghi, e supponendo ch'io abbia il potere e il volere di distruggere l'opera delle mie mani, di restaurare il retaggio della casa Bellenden, qual ne sarebbe la ricompensa? Speri tu ottenere la mano dell'avvenente pupilla, e tutte le sue facoltà...?»
»Di ciò non nudro la più che lieve speranza.»
»E a favor di chi dunque hai intrapresa questa tua venuta nell'antro del lione per involargli la sua pastura? Conosci tu l'indole di sì fatta impresa? Non è men difficile da mandare a termine che nol fosse la più rischiosa tra le fatiche operatesi da Sansone. Se tu vi riuscissi chi dovrebbe raccoglierne il frutto?»
»Lord Evandale e la sua promessa sposa, rispose Morton colla massima fermezza. Pensate meglio del genere umano, sig. Burley, e persuadetevi esservi tali uomini che sanno sagrificare a quella degli altri la propria felicità.»
»Per l'anima mia! fra tutti gli enti che portano la sciabola, che sanno domar un cavallo, che furono forniti di barba da madre natura, tu sei il più pacifico, il men atto a risentirti contra gli oltraggi. — Come? Tu vuoi mettere fra le braccia di questo esecrato Evandale la donna che ami da sì lungo tempo? Gli è a favor d'un rivale che imprendi fargli restituire que' beni de' quali per considerazioni possentissime fu privata? E puoi credere che viva sulla terra un altro uomo, non men di te offeso da questo reprobo, capace di una simile abbiezione? E ardisci supporre che questo tal uomo sia John Balfour di Burley?»
»Sig. Burley, quali che siano i sentimenti motori dell'opere mie, non ne devo conto che al cielo. Quanto a voi, che v'importa se il dominio di Tillietudlem appartenga piuttosto a un Basilio Olifant, o a lord Evandale?»
»Tu sbagli d'assai. Gli è ben vero che entrambi sono figliuoli delle tenebre, estranei alla luce quanto il sia un fanciullo che non ha ancora aperti gli occhi. Ma Basilio Olifant è un Nabal, un ente da nulla, la cui fortuna, la cui possanza stan nelle mani di chi ha la forza di torgliela. Divenuto puritano pel dispetto di non avere conseguito il possedimento delle agognate sostanze, papista sotto Giacomo I per impadronirsene, or si è fatto per conservarle partigiano di Guglielmo d'Orange, e sarà tutto quello che piacerà a me vederlo divenire, sintantochè vivrò io, sintantochè rimarrà in mia mano il documento che può cacciarlo dal suo possesso, documento che da me non si è partito giammai. I dominj goduti da costui sono un freno, del quale io tengo le redini, mercè il quale costui non seguirà mai altra strada fuor quella che mi sarà in grado prescrivergli. Egli li serberà adunque semprechè io non abbia certezza di conferirne la signoria ad un amico vero, e zelante per la buona causa. Ma lord Evandale è un reprobo dalla testa di ferro e dal cuor di diamante. I beni di questa terra non gli offrono maggior vezzo delle foglie secche cadute da un albero e levate in aria dal vento; ei li vedrebbe trasportati lungi dal turbine senza scomporsi, senza fare un passo per assicurarseli. Le virtù mondane d'uomini pari a lui portano maggior detrimento alla nostra causa, che non la sordida cupidigia di tanti altri, condotti dal solo interesse lor personale. Schiavi almen costoro dell'avarizia, si può regolarne il cammino, e farli operare alla vigna del Signore, coll'adescamento, non fosse altro, di meritarsi il salario dell'empietà.»
»Tali considerazioni poteano forse essere in qualche parte opportune, alcuni anni sono; e avrei trovato un'apparenza d'aggiustatezza ne' vostri ragionamenti, comunque mi sarebbe sempre stato impossibile il ravvisarli fondati sulla rettitudine e sulla equità. Ma ai tempi ne' quali viviamo, mi sembra un privilegio inutile per voi il conservare sopra Olifant la prevalenza di cui mi parlate. Qual uso potreste farne? Godiamo ora della pace, della libertà religiosa e civile. Che bramate di più?»
»Che bramo di più? Sclamò Burley traendo la sua sciabola fuori del fodero. Vedi tu questa sciabola? Essa ha liberato da più d'un persecutore la chiesa. Essa ha operate grandi cose. Pur maggiori glie ne rimangono da operare. Le è d'uopo estirpare la eresia: le è d'uopo rifabbricare in tutto l'antico splendore il tempio di Gerusalemme: le è d'uopo intridersi nel sangue di coloro che si dissetarono del miglior sangue dei martiri nostri fratelli. Compiuti che avrà questi ufizj, venga allora a corroderla la ruggine, e si riposi vicino all'ossa del suo padrone!»