«Fuorchè di Dio, non ha il sant'uomo pensieri.»
Pernel.
Il leggitore non può avere dimenticato che nel secondo dì del torneo, chi decise della vittoria fu un incognito cavaliere, che gli spettatori soprannominarono il Neghittoso Nero, a motivo dell'indifferenza, anzi indolenza che diede a divedere sull'incominciar della giostra. Il ridetto cavaliere abbandonò la lizza nell'atto che veniva acclamato vincitore, e fu poi vana ogni indagine per trovarlo quando ne sarebbe stata necessaria la presenza onde il premio toccasse a chi decise la vittoria col suo valore. Intanto adunque che gli araldi d'armi si sfiatavano a chiamarlo col nome di Cavalier Nero, ei camminava verso settentrione, evitando le vie più frequentate, e tenendosi alle scorciatoie che attraversavano la foresta. Passò la notte in una piccola osteria fuor di mano, ove incontrò nondimeno un menestrello, da cui seppe come essendo scomparso il cavaliere nominato vincitore al torneo, il premio fosse stato conferito al cavaliere Diseredato.
All'alba del giorno successivo, ei si partì colla intenzione di arrivare, quanto più presto il poteva, al termine del viaggio da lui divisato; al qual uopo il dì innanzi aveva governato il suo cavallo in modo ch'ei potesse resistere a lunga corsa senza molto bisogno di pause. Ma non andò tanto avanti, com'egli sperava, perchè le viottole di questa foresta erano sì tortuose, che al cader della notte si trovava tuttavia lungo la frontiera occidentale della contea d'York. Gli fu quindi mestieri incominciar a pensare sul modo di trovare qualche nudrimento, così per sè medesimo come pel suo palafreno ed anche un ricovero nel durar della notte. Il luogo ch'ei trascorrea, non mostrandosi adatto nè all'una nè all'altra di tali cose, parea non gli rimanesse miglior espediente di quello solito in simili circostanze, ad adoperarsi dai cavalieri erranti, intendo lasciar pascolare alla fortuna i loro cavalli, e in quanto a sè medesimi, seder per terra; cogli omeri appoggiati ad un albero, e pingendosi alla mente la sovrana de' loro pensieri. Ma sia che il cavalier Nero non avesse una Dulcinea, o che fosse neghittoso in amore, qual sulle prime apparì nel torneo, il meditare su i vezzi o i rigori d'amata donna non gli offeriva pascolo bastante per fargli dimenticare i disagi e la fame, e per tenergli luogo di letto e di cena. Non fu quindi riguardo molto gradevole agli occhi suoi, quando volgendoli intorno, non si vide cinto che di selve, le quali per vero dire erano frastagliate da parecchi sentieri, ma questi anzichè condurre a qualche abitazione, pareano piuttosto fatti dalle bestie selvagge, ospiti di quel bosco, e da' cacciatori che le inseguivano.
Il sole, stato fin a quel punto bussola alla corsa del cavaliere, già si era nascosto alla sinistra di lui dietro le montagne della contea di Derby, e più ch'egli inoltravasi, tanto meno sapea se si fosse avvicinato alla meta dell'impreso viaggio, o se in vece ne avesse di gran lunga sviato. Fra le diverse viottole che in quel bosco s'incrocicchiavano studiava conoscerne la più ricalcata, sperando lo condurrebbe alla capanna d'un qualche taglialegne; ma niuna maggiore certezza acquistando a tale proposito, giudicò meglio abbandonarsi all'accorgimento del suo corridore, perchè l'esperienza gli aveva insegnato, come l'istinto di sì fatte bestie sia talvolta guida più sicura, che non i calcoli più accurati de' lor padroni.
Il palafren generoso, benchè stanco di avere tutto quel giorno portato in groppa un cavaliere di quella statura e complessione, e carico inoltre di pesante armatura, non appena dalle briglie, scorrenti libere sul proprio collo, s'avvide di essere abbandonato a sè medesimo, riprese nuovo coraggio e nuova lena. Di fatto per lo innanzi parea sentisse appena gli sproni, ed ora quasi altero di questa prova di fiducia datagli dal suo padrone, rialzò il capo, e più vivace divenne il suo trotto. Ei scelse per vero un cammino diverso dalla dirittura seguita fin allora dal Cavaliere, ma questi tenne la sua risoluzione lasciandosi condurre a grado del corridore.
Quanto accadde il fe' contento d'avere operato in tal guisa, perchè la viottola su cui si trovava, a mano a mano mostrossi più larga, nè andò guari che lo squillo d'una campanella il rendè accorto di non essere distante da qualche chiesetta o romitaggio.
Poco di poi trovossi ad un diradamento della selva, ove da un lato alzavasi in linea perpendicolare una rupe, coperta di edera quasi per ogni dove, e sparsa qua e là di macchie di bosso, e sparsa pure di quercie, le cui radici conficcandosi entro i crepacci del masso pieni di terra, vi trovavano nudrimento. A questa rupe appoggiavasi una casuccia, le cui muraglie erano tronchi d'alberi congiunti fra loro da glutine di terra e muschio arboreo impastati insieme. Un giovine abete, rimondo di tutti i suoi rami, alla cui parte superiore era posto per traverso un grosso troncone, presentava al guardo un informe emblema della Croce. A poca distanza sgorgava dal dirupo una sorgente d'acqua purissima, che cadea prima entro ad un sasso scavato, e da lavoro umano ridotto a rustico bacino; indi sfuggia con grato mormorio lungo un letto che ella si era coll'andar degli anni formato, sintantochè, dopo alcuni giri per la pianura di quell'anfiteatro, perdeasi affatto nella vicina foresta.
Presso di questa fontana vedeansi le rovine d'una picciola cappella, il cui tetto in parte era diroccato; edifizio, che quand'anche fu nel medesimo suo splendore, non può essere stato più lungo di sedici nè più largo di dodici piedi. La soffitta, la cui altezza serbava proporzione coll'altre dimensioni accennate, stavasi in quattro archi sostenuti da grossolani pilastri; due de' quali allora faceano compagnia al resto di que' diroccamenti. L'atrio ornato di fregi a ghirigori, quai ne osserviamo ancora nelle antiche chiese sassoni, era collocato sotto d'un portico, cui sovrastava un campanile, munito di quella campanella, il cui suono pochi istanti prima erasi udito dal Cavalier Nero nella foresta.
Alla vista di tal romitaggio, ei si tenne sicuro di ottenere ricovero per quella notte dall'anacoreta che vi stanziava; perchè gli eremiti abitatori de' boschi, avevano in que' tempi siccome lor debito di concedere ospitalità ai cavalieri smarriti, e soprappresi dal giugnere della notte. Scese pertanto da cavallo, e senza perder tempo ad esaminare le minute locali particolarità che abbiamo descritte, picchiò coll'estremità della sua lancia alla porta, con fermissima opinione che gli verrebbe aperta.