Gli convenne picchiar due volte prima d'avere una risposta, nè il tenore di questa fu tanto cortese qual s'era egli dato a presumerlo.

«Va per la tua strada, chiunque tu sia» udì rispondersi con voce forte e aspro tuono «nè stornar oltre il servo di Dio e di san Dunstano dalle devote sue pratiche della sera.»

«Buon Padre» rispose il cavaliere «io sono un povero viaggiatore smarrito fra questi boschi. Se mi concedete ospitalità per questa notte, sarà un atto di cristiana carità che farete.»

«Fratello mio, tutt'altro che poter far carità! La Beatissima Vergine e san Dunstano han pensato bene ch'io la ricevessi dagli altri. Le mie vittovaglie son tali, che un cane non vorrebbe farne meco a metà, e mi corico sopra una cuccia che la sdegnerebbe per sua lettiera un cavallo, niente niente avvezzato ai suoi comodi. Va dunque per la tua strada, e il cielo ti benedica!»

«Come volete che la trovi, la mia strada, per mezzo a un bosco e fra le tenebre della notte? Vi supplico, reverendo padre, apritemi almeno la porta, e venite voi ad additarmi il cammino.»

«Oh! il cammino è facilissimo da trovarsi. Quel sentiero che sta rimpetto a questa mia piccola cella, guida ad una valle paludosa attorniata da un fiumicello che dovrebbe esser guadoso, perchè da molto tempo non abbiam piogge forti. Ma bada nell'accostarvi, perchè le rive ne son dirupate e presentano molti precipizi. Ti troverai indi in una cattiva strada, anzi in una strada rotta...»

«Nient'altro poi! paludi, acque da guadare, precipizi, strade rotte!» sclamò il cavaliere. «Ser eremita, quand'anche foste il più santo di tutti gli anacoreti, presenti e futuri, non riuscite a persuadermi di affrontare una tale strada nel cuor della notte. Se, come dite, vivete dell'altrui carità non è in voi il diritto di ricusarla agli altri. Apritemi dunque tosto la porta del vostro romitaggio, o per dio! non mi costrignete ad atterrarla.»

«Amico viaggiatore» l'eremita replicò «non mi costrigner tu a mettere in opera le armi carnali, che il cielo in mia difesa mi ha concedute. Potresti far cattivo contratto.»

Gli abbaiamenti che, proferite queste parole, si fecero udire, palesarono al cavaliere, come l'eremita chiamasse per suoi ausiliari alcuni cani, dimoranti non v'ha dubbio in qualche angolo di quella casupola. Laonde irritato dagli apparecchi che faceva il cenobito per vincerla nel dato rifiuto, urtò la porta con una spinta sì vigorosa, che parve crollassero i pilastri di legno cui si reggea.

«Abbi pazienza, abbi pazienza, amico viaggiatore» soggiunse allora l'anacoreta, che non avea troppa voglia di arrischiar la sua porta ad una seconda spinta di tale natura «vengo ad aprirti, ma pensa a quel che fai, perchè, per san Dunstano! te ne avrai da pentire.»