Immantinente apertasi la porta, l'eremita, che era un uomo vigoroso e ben complesso, coperto del suo cappuccio, e cinto a traverso le reni da una corda di giunchi, si mostrò al cavaliere, e d'una mano teneva accesa una torcia, e coll'altra un nodoso bastone, o quasi una clava. Due cani di enorme statura gli stavano a fianco, aspettando, a quanto pareva, dal loro padrone il segnale di lanciarsi sopra dello straniero. Ma poichè il lume della torcia fe' vedere al romito d'aver che fare con un cavaliere armato di tutto punto, cambiò tosto deliberazione, e licenziati i suoi due confederati assunse più urbani modi, non quindi umili, e austera alterezza ne trapelava. Invitò nondimeno il cavaliere ad entrare entro la casa, cercando scuse alla prima accoglienza fattagli dalla consuetudine che avea di non aprire la porta a nessuno dopo il tramonto del sole, e ciò per tema de' ladri e dei malandrini che infestando que' boschi, non portavano nemmen rispetto a san Dunstano, o alle persone che al servigio di questo santo si dedicavano.

Entrato nella cella il cavaliere, si guardò attorno, e non vedendo che un letto di foglie, un crocifisso di quercia male scolpito, un messale, una tavola di grezzo sasso, due sgabelletti, e pochissimi altri cattivi arnesi domestici, sì gli disse: «Padre mio, la povertà della vostra cella dovrebbe dispensarvi dall'aver paura de' ladri, quand'anche non aveste que' due fedeli ausiliari, che a statura dovrebbero esser buoni per atterrare un cervo e trovar pochi uomini che lor resistessero.»

«Il boscaiuolo» rispose l'eremita «mi ha permesso di conservarli a mia difesa in questa solitudine, fintanto almeno che nel paese domini maggior sicurezza.»

Sì dicendo adattò la sua torcia in una ventola di ferro conficcata entro uno di quegli alberi, che faceano uffizio di parete, e ravvivando il fuoco coll'aggiugnervi legne secche, sedè sopra uno sgabello a canto della tavola, accennando di fare la stessa cosa al cavaliere.

Adagiati che si furono entrambi, l'un guatò l'altro con molta serietà, e continuarono per alcuni istanti a squadrarsi, essendo cosa probabile, che ciascun di loro andasse ruminando in sua mente, se mai gli era occorso di trovarsi al cospetto di altr'uomo più vigoroso e più risoluto.

«Spettabile eremita» gli disse finalmente il cavaliere «se non mi rattenesse la tema d'interrompere le pie meditazioni in cui vi giudico assorto, avrei tre cose da chiedere alla Reverenza vostra. Prima di tutto, ove devo mettere il mio cavallo? Seconda, potete darmi da cena? Finalmente, ove dovrò io passare la notte?»

«La regola del mio istituto mi prescrive» rispose l'eremita «di non rompere il silenzio che ad un caso d'estrema necessità: vi risponderò dunque per gesti fin quanto mi sarà possibile.» Additandogli indi successivamente due angoli di quel tugurio. «Lì scuderia!» gli disse «là, vostra stanza di riposo!» Preso indi da uno scaffale un piattello su di cui stavano pochi ceci secchi, lo pose sulla tavola dinanzi all'ospite: «Vostra cena!»

Alzando le spalle il cavaliere, uscì di quell'abituro per levar dall'albero, cui lo aveva legato, il cavallo e condurlo in casa; ove, dopo averlo con gran cura alleggerito di tutto arnese, si levò il mantello per coprirne la schiena di quella bestia sì affaticata.

Atto di umanità, che parve commovesse molto l'eremita, il quale si diede ad esaminare il corridore profferendo le parole: «Nobile animale!» A tal sentenza succedè il ricordarsi, che il boscaiuolo nell'ultima visita fatta al romito, lasciò ivi qualche poco di foraggio. Dopo d'avere espresso laconicamente quest'atto di sua reminiscenza, uscì d'una porta situata in fondo della stanza; poi tornò portando seco un fascio d'ottimo fieno e una conveniente misura di biada che pose innanzi al cavallo dell'ospite. Poi uscito una seconda volta, ritornò con un sacco di felce secca, che distese nell'angolo da lui contrassegnato, siccome stanza di riposo del cavaliere, da cui venne ringraziato di tal cortesia, indi ognun di loro si rimise al suo sgabello presso la tavola, ov'era sempre il piattello de' ceci secchi. Il Romito allora recitò un lungo benedicite in latino, o in latino almeno egli credea, poichè sarebbe stato difficile il ravvisarvi gran che le tracce d'una tal lingua. Diede indi il primo esempio della masticazione al suo ospite col mettersi tre o quattro di quei ceci alla bocca, che ampia era ed armata di ottimi denti, acuti e candidi quanto quelli d'un cinghiale possono esserlo.

Il cavaliere, volendo imitarlo a questo desco, si tolse l'elmo, il corsaletto, e molta parte d'armatura, laonde l'eremita potè vedere una testa coperta di capelli biondi oltre ogni dire, naturalmente ricciuti, occhi vivacissimi che al pari de' lineamenti indicavano sagacia, e animo grande ed intraprendente, basette d'un color alquanto più cupo de' capelli, un uomo alfine in cui, giudicandolo dalla fisonomia, l'ardire conformava coll'altezza della statura.