«Poichè vedo, o Bracy, essere inutile ogni considerazione a sbandirvi dal capo tale pazzia, se tanto in voi è forte l'ostinazione, fate a modo vostro; ma almeno che questa pazzia non sia lunga come ne è male scelto il momento! e abbiate se non altro la cura di perdere men tempo che potete.»

«Vi ripeto, Fitzurse, che è un affare di poche ore. Dopo domani mi vedrete a York comandando i miei armigeri valorosi, e pronto a secondare tutti i divisamenti ideati dalla vostra politica. Ma i miei colleghi mi aspettano. Addio. Vado, come è impresa di vero cavaliere, a conquistarmi il sorriso della beltà.»

«Di vero cavaliere!» replicò Waldemar, guardandogli dietro mentre s'allontanava «di vero pazzo dovresti dire, di ragazzo che dimentica le cose più serie per correre dietro ad una farfalla..... E guardate! son questi gli strumenti, cui m'è d'uopo ricorrere! E per chi? per un principe presuntuoso quanto imprudente, e che sarà, potrei scommetterlo, ingrato padrone, come si è dato a divedere figlio ribelle, fratello snaturato!.... Ma egli a sua volta è una delle molle ch'io fo giocare per me! Oh mi riserbo a scoprirgliene il segreto, se mai gli venisse il coraggio di separare i propri da' miei interessi.»

Le meditazioni dell'uom di stato vennero interrotte dalla voce del principe, che da un appartamento interno gridò: «Waldemar! Waldemar Fitzurse!» Si levò allora di capo, cioè dalla fantasia, il berrettone di futuro cancellier d'Inghilterra, carica alla quale agognava la smisurata ambizione del normanno cortegiano, e si affrettò ad ascoltar gli ordini del suo futuro monarca.

CAPITOLO XVI.

«D'un beato eremita a piè del monte

«Stassi la casa; letto suo la felce.

«Legumi il pasto, e bee l'acqua del fonte.

«Prosteso al suolo sopra la dura selce,

«Orando spende notti e giorni interi.