L'eremita diè una scaltra occhiata all'ospite, e mostrò comica incertezza in tutta la fisonomia. Parea titubasse ancora nel fidarsi dello straniero. Ma l'aspetto di questo avea tant'aria di sincerità, ne traspirava tal buona fede e schiettezza, anche il sorriso ne appariva d'uomo gioviale e ad un tempo ingenuo, che finalmente l'eremita mise da un lato i sospetti, e trasportatosi verso il fondo della sua celletta, aperse un armadio i cui battitoi erano un segreto architettato con accuratezza ed ingegno, e ne trasse uno smisurato pasticcio ch'ei collocò sulla tavola. Il cavaliere ne fè tosto la sezione valendosi del pugnale che gli pendea dal cinturino, senza perdere indi tempo a porsi in istato di giudicare del merito delle cose.
«È passato molto tempo, reverendo padre, dacchè l'onesto boscaiuolo vi ha fatto visita?» domandò all'eremita il cavaliere, che intanto mangiava con appetito quel pasticcio, sembratogli veramente squisito.
«Due mesi circa» rispose senza far attenzione a quello ch'ei rispondeva il romito.
«Vivadio! tutto è miracoloso in questo romitaggio. Io, vedete! avrei scommesso, che il selvaggiume di cui è fatto questo pasticcio saporosissimo, volava, non è una settimana, per questi boschi.»
Osservazione che scompigliò alquanto l'eremita, cui produceva non poca modestia il veder l'ospite che dava sì vigoroso assalto e facea sì belle brecce nel pasticcio, intanto ch'egli colle precedenti proteste di astinenza si era tolta da sé medesimo la possibilità di partecipare a tale fazione.
Ma da quest'angoscia lo liberò il cavaliere: «A proposito! ser eremita» gli disse ristandosi d'improvviso dal mangiare «ho viaggiato in Palestina, e mi ricordo che in questi paesi vi è un'usanza per cui tutt'uomo che ne convitti un altro, assaggia pel primo le vivande presentate al commensale, e ciò per provargli ch'esse non contengono nulla di pregiudizievole. Dio mi liberi dal sospettare in voi sinistre intenzioni; ma se ho a dirvela, vedrei volontieri che vi uniformaste a sì fatta usanza.»
«Quando sia per compiacervi, ser cavaliere» rispose l'eremita «e per non lasciare in voi veruna inquietezza, mi esenterò questa volta dalla professata astinenza.» E dir ciò e metter le mani (che forchette allor non si usavano) in mezzo al pasticcio furono un medesimo tempo.
Così rotto il diaccio da tutte due le bande, l'ospite e il commensale parea gareggiassero a chi dava prove di miglior appetito, nella qual lotta l'eremita superava di molto il cavaliere, benchè questi, secondo ogni apparenza, dovea essere più da lungo tempo digiuno.
«Eremita di Copmanhurst» allora si fece a dire il cavaliere «giocherei il mio cavallo contro uno zecchino che il rispettabile boscaiuolo cui abbiamo l'obbligazione di quest'ottimo pasticcio, lasciò anche quanto è convenevole a fargli onore con innaffiarlo condegnamente. Tal particolarità certamente non meritava di rimanere impressa nella memoria d'un anacoreta sì rigido come voi siete. Mi tengo per fermo che se tornaste a guardare, là in fondo della vostra celletta, trovereste qualche bevanda, anche migliore dell'acqua attinta alla fontana di san Dunstano.»
Il romito tornò di nuovo a dar occhiate maliziose sull'ospite, poi s'alzò sorridendo, e aperto una seconda volta l'armadio d'onde avea tolto il pasticcio, ne trasse un gran fiasco di cuoio, che potea contenerne otto di ordinaria capacità; indi il pose sulla tavola unitamente a due tazze d'osso che avevano i cerchi d'argento, dopo la quale aggiunta fatta alla cena, stimò bene congedare un inutil ritegno; laonde senza preamboli empì entrambe le tazze, e presane una sclamò: «alla vostra salute, ser cavaliere Neghittoso» indi la votò colla massima disinvoltura.