«Alla vostra, degno eremita» corrispose tosto il cavaliere. «Ma spiegatemi di grazia il perchè un uomo fornito di nervi e muscoli come i vostri, e di tutte in oltre le prerogative che abbisognano ad un buon commensale, abbia presa la deliberazione di confinarsi in questa solitudine. Fareste ben meglio, se non m'inganno, a portar lancia e scudo e far bella mostra di voi a buone tavole e in buona compagnia; anzichè rimanervi qui a mangiar ceci secchi e bever acqua, o anche a vivere dei doni che vi fa il vostro amico boscaiuolo. Per lo meno se mi trovassi nello stato vostro vorrei spassarmi a cacciare i daini del re. Ve n'ha tanti in queste selve, nè vi sarebbe chi s'avvisasse far lamento d'un daino ucciso ad uso del cappellano di san Dunstano.»
«Ser Neghittoso» rispose l'eremita «tai discorsi sono rischiosi, e vi consiglio a non avventurarli una seconda volta. Io sono un eremita fedele al re, come lo sono a san Dunstano. Se mi facessi lecito di dar la caccia al selvaggiume del mio principe, non sapete voi che rischierei d'andar prigione e fors'anche sulla forca, da cui stenterei col mio cappuccio a salvarmi?»
«Nondimeno, vi dico la verità. Se abitassi qui in vece vostra, non potrei trattenermi dall'andar qualche volta, allorchè è bella la luna, a diporto, e recitando anche il mio mattutino, se mi abbattessi in una torma di daini, la saluterei con qualche frecciata. Ditemi in vostra coscienza, non vi prendete mai questo diletto?»
«Amico Neghittoso, voi avete veduto tutto ciò che vi potea rilevar di vedere nella mia cella, e avete pur veduto oltre a quanto meritava di trovarmi condiscendente un uomo che vi si è annicchiato a viva forza. Udite un mio consiglio. Godete del bene che il cielo vi manda, e non vi prendete briga del modo onde vi derivi. Empite la vostra tazza, bevete, mangiate, siate il ben venuto, ma non mi sforzate con nuove indiscrete interrogazioni a provarvi che se avessi voluto sul serio resistervi non sareste qui.»
«Ma voi stimolate la mia curiosità, che non potete credere quanto; e siete l'eremita più misterioso fra quanti ne ho conosciuti. Oh! bisogna ch'io vi conosca anche meglio prima di separarmi da voi.... Quanto alle vostre minaccie, sappiatelo, santo anacoreta, trovaste tal uomo, il cui mestiere è far fronte a tutti i pericoli che gli s'appresentano.»
«Alla vostra salute, ser cavaliere Neghittoso; io rispetto il vostro valore, ma non porto altrettanta buona opinione della vostra discretezza. Se voi volete battervi meco ad armi eguali, vi addosserò tal penitenza, che di qui ad un anno non commetterete più peccati di curiosità.»
«E quali sono queste vostr'armi, valoroso eremita di Copmanhurst?»
«Incominciate dalla cesoia di Dalila e dal chiodo di Iaele, e venite fino alla scimitarra di Golia, nè v'è arme fra queste colla quale io non sia capace di farvi fronte; se però mi lasciate la scelta, osservate mio degno amico, queste due bagattellucce.»
E in dir ciò aperse in un altro angolo della celletta un secondo armadio segreto, da cui trasse due spade ben affilate e due scudi di que' che si usavano allora. Il cavaliere, che accompagnava col guardo ogni atto dell'eremita, vide che questo armadio contenea parimente molti archi, un archibuso, e dardi e frecce; in oltre un'arpa ed altri arnesi che non pareano fatti per un cenobita.
«Fratello eremita» allora disse il cavaliere «non vi farò più indiscrete interrogazioni. Quanto ho veduto in quest'armadio risponde a tutte le domande che avessi potuto volervi indirigere. Ma osservo un'arme» soggiunse prendendo l'arpa «colla quale più volentieri che con qualunque altra, mi piacerebbe battermi vosco.»