Ma tanto s'affrettarono i nostri viaggiatori che prevennero la disgrazia da Atelstano temuta. L'abate di San-Vittoldo, uscito egli medesimo d'antica famiglia sassone, e parente di Cedric alla lontana, ricevette i nobili viaggiatori con tutti i riguardi dell'ospitalità sì propria a questa nazione, nè la cena del convento cedea quanto a splendidezza al pranzo del Principe. Rimasero a desco fino a notte molto innoltrata; nè si disgiunsero dall'Abate che la mattina del dì successivo, dopo essergli stati compagni e partecipi ad una sontuosissima colezione.

Allorchè la cavalcata uscia dalla corte del monastero, occorse un avvenimento di tal natura da far sinistra impressione in menti sassoni, perchè non v'era in tutta l'Europa un popolo che nell'essere superstizioso, e nel credere soprattutto ai presagi sopravvanzasse quella nazione. Non potea ciò dirsi de' Normanni, che essendo una schiatta mescolata, e che avea fatto qualche maggior passo nella carriera della civiltà, non tenea più una gran parte di quei pregiudizi, che i suoi progenitori le aveano apportati dalla Scandinavia; e sotto simile aspetto potea vantarsi più istrutta de' popoli conquistati.

Nell'istante adunque di cui favelliamo, la tema di qualche arcana disgrazia venne inspirata da un profeta, certamente ragguardevolissimo, da un grosso cane nero e magro, che seduto sulle zampe di dietro alla porta del monastero, mise lamentevoli ululati, allorchè uscirono i primi cavalieri, poi seguì la cavalcata abbaiando e scorazzando da destra a sinistra.

«Padre mio» disse a Cedric Atelstano, che per un rispetto avuto all'età spesso usava seco di questo titolo «questa musica niente mi garba.»

«Nè a me maggiormente, nostro zio» disse Wamba. «Temo che ci tocchi pagare i violini senza ballare.»

«Il mio parere» disse Atelstano (cui era andata a sangue l'ala dell'Abate, la quale indipendentemente dalla fama di cui godeva questa spezie di birra fabbricata ne' dintorni di Burton, era, come ognun può immaginare sceltissima) «il mio parere sarebbe che si tornasse all'abbazia, e si differisse al dopo pranzo il partire. Gli è sempre di cattivo augurio incominciar di mattino un viaggio scontrandosi in un frate, in un leppre o in un cane che abbai.»

«Oibò!» sclamò Cedric impazientendosi. «Basta appena la giornata al cammino che dobbiamo fare. Poi quel cane io lo conosco, è il cane di Gurth, disertore al pari del suo padrone.»

Irritato indi che quell'animale non la finisse mai d'abbaiare, s'alzò in punta de' piedi sulle sue staffe, e dato di mano ad una chiaverina, la vibrò contro il povero Fangs, perchè quel cane era Fangs, che avendo seguito l'orme del suo padrone, e festoso d'averlo trovato, gli manifestava in tal guisa il giubilo di potere starsi con lui nuovamente. Poco mancò che non ne rimanesse inchiodato sul suolo; ma per sua buona fortuna il ferale strumento gli scalfì unicamente una spalla, onde la bestia ferita fuggendo immantinente dalla presenza del corrucciato thane andò a mettersi all'ultime file del retroguardo.

La tentata uccisione di un suo fedele compagno fu per Gurth cosa amara e più difficile da perdonarsi dei lacci stessi che lo impacciavano; laonde, dopo avere fatto un moto, inconsiderato siccome inutile, per portarsi le mani alle ciglia, chiamò Wamba, che visto di mal umore il padrone, avea avuta la prudenza di mettersi egli pure al retroguardo. «Wamba, fammi una finezza, prendi una falda del tuo mantello e rasciugami gli occhi. La polvere mi fa piangere, e come vedi non posso prestarmi questo servigio da me medesimo.»

Wamba lo compiacque, indi marciarono qualche tempo l'uno a canto dell'altro senza profferire parola. Finalmente Gurth, sentendo una necessità di disacerbare l'affanno che lo premea si volse al compagno: «Amico Wamba, fra tutti que' matti che si prestano a servire Cedric, tu sei il solo matto che abbia saputo rendergli gradevole la tua follia. Va adunque a trovarlo, e digli che Gurth non vuol più saperne di servirlo, e che da questo proposito nol moveranno, nè amore nè timore. Egli può bene caricarmi di ceppi, farmi battere colle verghe, ed anche mettermi a morte, ma non mai costringermi ad ubbidirlo. Va dunque e digli, che Gurth, figlio di Beowolf, si emancipa da sè medesimo.»