Tali ultimi accenti scossero la fantasia d'Atelstano. «Spero» dice egli «che non dimenticheranno, quando sarà mezzogiorno, di mandarne il desinare. Ci hanno appena dato il tempo di far colezione. Poi non mi piace il cibarmi subito sceso da cavallo, ad onta che i medici lo dian per consiglio. Il mio appetito in quel punto non mi serve mai bene.»
Cedric continuò il suo racconto senza por mente che Atelstano lo avesse interrotto.
«L'inviato di Tosti s'innoltrò in questa sala, nè la fisonomia di lui dava a divedere che lo intimidissero i minaccevoli sguardi de' circostanti; indi postosi dinanzi al trono del re, rispettosamente lo salutò. — Ser Re, gli disse, quali patti può sperare da voi il fratel vostro, Tosti, se dimettendo l'armi, vi chiede la pace? — La tenerezza d'un fratello, rispose il generoso Aroldo, e il bel ducato di Nortumberlandia. — E se Tosti accetta queste condizioni, riprese a dire l'inviato, quali terre concederete voi al confederato fedele del mio commettente, ad Hardrada, re di Norvegia? — Sei piedi di terreno, alteramente Aroldo rispose, e solamente perchè lo dicon gigante, gli concederemo forse qualche piede di più. — Rintronò di applausi la sala, e ciascun capo prese la tazza, e fu bevuto all'onore del giorno in cui Hardrada entrerebbe in possesso di tal dominio dell'Inghilterra.»
«Mi unirei di buon cuore a que' plaudenti» Atelstano soggiunse «perchè la sete mi attacca la lingua al palato.»
«L'inviato» continuò Cedric malgrado il poco vezzo che d'udire sì fatta storia mostrava Atelstano «riportò tal duplice messaggio a Tosti e al confederato di Tosti. Allora le mura di Stamford divennero spettatrici di quella terribile pugna, in cui dopo operate cose di prodigioso valore, Tosti e il re di Norvegia morsero la polve con diecimila de' loro soldati. Chi avrebbe creduto il giorno schiaratore di sì nobile trionfo, esser pur quello che vide veleggiare i navigli normanni, que' navigli che approdarono alle coste della contea di Sussex? Chi avrebbe creduto che l'infelice Aroldo non dovesse omai possedere nel suo reame più de' sette piedi di terra da lui conceduti al sovrano della Norvegia? Chi avrebbe creduto, che voi, nobile Atelstano, voi uscito del sangue di Aroldo, io figlio di un guerriero, che non fu tra i minori sostegni del trono dei re Sassoni, diverremmo prigionieri d'uno spregevol normanno, in questa sala medesima, fatta celebre per ricordanze tanto gloriose?»
«Ella è una cosa molestissima» rispose Atelstano; «però vorrei sperare ce ne spacciassimo pagando un ragionevol riscatto. Ma qual che siasi l'intenzion di costoro, per lo meno non dovrebbero avere quella di affamarne. Il giorno s'innoltra; e non vedo nessun apparecchio di mensa. Osservate per quella finestra, nobile Cedric, e dall'altezza del sole giudicate voi medesimo, se sia vicino o no mezzogiorno.»
«Sarà vicino; ma nè manco a quella finestra mi posso volgere, senza che una tal vista mi porti ad altre considerazioni non meno penose, benchè non si riferiscano sì immediatamente allo stato in cui ci troviamo. — Quando fu fatta quella finestra, mio nobile amico, i nostri maggiori non conoscevano l'arte di fabbricare il vetro, e molto meno quella di dipingerlo. L'orgoglio del vostro avolo, del padre di Wolfganger fu quello che tirò dalla Normandia un artigiano, e ciò a solo fine di vedere il proprio castello arricchito delle decorazioni di tal nuovo lusso, che imbratta di colori fantastici la pura luce del cielo. Questo straniero venne fra noi tapino, mendico, umile fino ad essere abbietto, pronto a far di berrettone all'ultimo servo delle nostre case. Tornò via superbo, carico d'oro; e portò fra' suoi compatriotti le notizie dell'opulenza e della semplicità de' nobili Sassoni. Tal nostra pazzia era stata antiveduta e predetta da Hengist e dalle sue rozze tribù; e per questa sola ragione conservavano religiosamente i costumi dei loro padri. Fu nel dipartircene, che incominciammo a chiamare fra noi questi stranieri, a farne i nostri servi di confidenza, i nostri amici, a prender da essi le loro arti e i loro artisti; a disprezzare le costumanze semplici de' nostri antenati. In somma noi eravamo infiacchiti dal lusso normanno, prima che l'armi normanne ci soggiogassero. Oh! i nostri cibi, non guastati dalla stessa ricercatezza, goduti in pace e libertà, valeano ben meglio di tutti que' delicati camangiari, la cui ingordigia ci ha messi co' piedi e co' pugni legati nelle mani de' nostri conquistatori.»
«In questo momento» tal fu l'osservazione d'Atelstano «non v'è cibo semplice che non mi sembrasse vivanda delicatissima. Ma io trasecolo, nobile Cedric, come voi serbiate sì minutamente la ricordanza degli avvenimenti trascorsi ch'è un pezzo, quando poi dimenticate l'ora del pranzo.»
«Ah! lo vedo» disse a sè medesimo impazientito Cedric «gli è un perder tempo il parlargli d'altra cosa che del suo appetito. L'anima di Ardicanuto s'è impossessata di quel corpo. Non sa che sia diletto se non se a mensa e col bicchiere alla mano. Mio Dio!» soggiunse riguardandolo compassionevolmente «e sarà vero che un esterno sì nobile, sì dignitoso, nasconda un'anima tanto goffa, tanto grossolana? E sarà vero che la grand'opera della rigenerazione dell'Inghilterra debba reggersi ad un perno così diffettoso? Potrebb'essere che lady Rowena, divenutane finalmente sposa, gli desse un poco di quella sua anima generosa e nobile, ridestasse in lui i sentimenti di patrio amore, che vorrei anche sperarlo, non sono fuorchè intorpiditi. Lady Rowena! Ma e come adesso pensare a ciò, se ella, Atelstano ed io siam fra le mani d'un bruttale, d'un mascalzone, e forse il siamo perchè si teme che il lasciarci liberi metta in pericolo i crudeli nostri oppressori!»
Mentre Cedric stava assorto in così affliggenti contemplazioni, si vide aprir la porta della sala, innanzi a cui presentossi uno scudiere scalco, che avea in mano una bianca verga, distintivo della sua carica. A questo personaggio d'alto affare, che movea gravemente i passi, teneano dietro quattro servi, che portavano una tavola imbandita di vivande, la cui vista, il cui odore, parve facessero dimenticare ogn'altra idea ad Atelstano. Mascherati erano costoro, non meno dello scudiere scalco che li guidava.