«Corri dunque a cercarlo» gli comandò tosto il padrone «e allora ser Templario, vi detterò io la risposta da farsi a questo cartello così pieno di tracotanza.»

«Gli risponderei più di buon grado colla punta d'una lancia che con quella d'una penna» rispose questi. «Nondimeno sia fatta la vostra volontà!»

Apprestato tutto quanto vi voleva per iscrivere, Frondeboeuf dettò le seguenti cose a Bois-Guilbert, sedutosi innanti una tavola.

«Ser Reginaldo Frondeboeuf, e i nostri cavalieri suoi collegati e confederati, non accettano disfide venute loro dalla parte di vassalli, servi o banditi. Se colui che assume il nome di Neghittoso Nero ha vero diritto agli onori della cavalleria, dee sapere che si è digradato da sè medesimo col mettersi in tal compagnia; nè può quindi domandare verun conto a cavalieri di nobil lega. Quanto ai prigionieri che abbiamo fatti, vi sollecitiamo per un moto di cristiana carità, a mandar loro un prete, se vi riesce di rinvenirlo, il quale possa ascoltarne i peccati e riconciliarli con Dio, perchè è nostra mente deliberata vengano decollati in questo giorno medesimo. I loro capi collocati su i nostri baluardi proveranno in qual lieve conto da noi si tengan coloro che hanno tai difensori. Il solo servigio, vi ripetiamo, che possiate prestare ai medesimi è d'inviar loro un prete, perchè li conforti nell'ultim'ora.»

Dopo che tal lettera fu piegata, Frondeboeuf la fidò allo scudiere, affinchè la trasmettesse al messo apportatore della disfida, il quale stava aspettando risposta alla porta del castello.

Compiuta per tal guisa la propria commissione, l'araldo de' confederati tornò al quartier generale posto all'intorno di una venerabile quercia, distante dal castello tre gittate d'arco all'incirca. Colà Wamba e Gurth co' loro ausiliari, il Cavalier Nero, Locksley e Fra' Giocondo, aspettavano impazienti di sapere qual risposta verrebbe fatta alla loro intimazione. Li circondava a qualche distanza molta mano d'arcieri, i cui abiti e le audaci fisonomie additavano la consueta lor professione: più di dugento erano già riuniti, ed altri ancora se ne aspettavano. Quelli fra essi che venivano riconosciuti siccome capi, si contraddistinguevano soltanto dal rimanente di quella truppa per una penna attaccata al berrettone; chè quanto all'uniforme, all'armi, a tutto in somma l'aggiustamento, l'un dall'altro non si poteva discernere.

In questo mezzo, un'altra banda, ma non sì forte nè in armi nè per disciplina, adunavasi in quel luogo; ed erano i vassalli di Cedric, che uditone appena l'imprigionamento, si fecero accompagnare da grande numero di contadini de' dintorni, tutti ansiosi di salvare, chi un ottimo padrone, chi un generoso compatriotta. Erano loro uniche armi le falci, i coreggiati, gli attrezzi degli aratri, ed in fine ogni strumento d'agricoltura, perchè i Normanni, conformatisi in ciò all'ordinaria politica de' conquistatori, non avean permesso ai Sassoni di conservare o di portar armi. Laonde sì fatta truppa non potea per sè medesima incutere grande spavento agli assediati; ma crescendo il numero degli assedianti ne rendea più formidabile l'apparenza, ed in essi aggiugnea quello zelo di cui era infiammata ella stessa per una causa cotanto giusta.

Ai capi di questo esercito raunaticcio venne consegnata la lettera del Templario, ed ebbe incarico l'eremita di farne lettura.

«Pel pastorale di san Dunstano!» sclamò il degno anacoreta «per quella beata verga che ritrasse più agnelle smarrite all'ovile di quante alcun altro santo ne abbia fatti entrare nel Paradiso, io non intendo nulla di questi scarabocchi, nè saprei fin dirvi se sia scrittura araba o francese.»

Mise dunque la lettera nelle mani di Gurth, che scotendo il capo la fece passare a Wamba. Questi la scorse coll'occhio imitando, a guisa di scimia, le contorsioni che avea veduto fare qualche volta a chi credea saper leggere, e persuaso dar ad intendere di possedere la medesima abilità. Poi fatto uno scambietto presentò il foglio a Locksley.