«Ciò sarebbe un troppo esporti ai profani sguardi de' figli d'Ismael e d'Edom» soggiunse Isacco a bassa voce e con aria inquieta, guardando da ogni lato all'intorno di sè. Ma Rebecca in questo intervallo facea che si desse compimento a quanto avea compassionevolmente avvisato, nè dava retta alle obbiezioni del padre, allorchè questi, traendola leggermente per la manica della veste, soggiunse con voce ancor più sommessa: «Per la barba d'Aronne! E se questo prode giovane venisse a morire nella nostra abitazione, non ne butterebbero la colpa sopra di noi? Non andremmo a rischio di essere trucidati dal popolo?»
«Non morirà, o padre» gli rispose Rebecca rispingendone lievemente la mano «non morirà, ammenochè noi non lo abbandonassimo, e allor sì saremmo rei della sua morte davanti a Dio e davanti agli uomini.»
«Sì, mi è forza convenirne, ed ogni goccia di sangue che vedo stillar da quel corpo è come un bisante d'oro che uscisse della mia borsa. So che le lezioni di Miriam, figlia del rabbino Manasse di Bisanzio, che Dio ne abbia l'anima in paradiso, ti rendettero esperta nell'arte di guarire e di conoscere la virtù dell'erbe e la forza degli elissiri. Fa dunque come giudichi meglio. Tu sei un'eccellente figlia, una benedizione, una corona di gloria, un cantico d'allegrezza per me, per la mia casa e pel popolo di Dio.»
I timori d'Isacco però non erano sì mal fondati, e l'atto benefico della giovane virtuosa nella tornata ad Ashby diede al Templario, che la vide su quel cammino, l'occasione di fisare su di lei i licenziosi suoi sguardi. L'uomo audace le passò due o tre volte dinanzi per meglio contemplarla, e concepì quell'ardore, quell'ammirazione, di cui vedemmo le conseguenze, allorquando il caso la trasse in potere di quell'uomo scevro d'ogni massima di virtù.
Rebecca adunque non perdè un istante a far trasferire il ferito nel luogo di temporanea dimora del padre suo, ove esaminò ella stessa e curò colle proprie mani le piaghe d'Ivanhoe. I miei leggitori, e quelli soprattutto, alla cui giovinezza è più dilettevole la lettura de' romanzi di cavalleria, rammenteranno, come le donne in que' secoli, detti d'ignoranza, fossero sovente iniziate ne' misteri della chirurgia, e come tal galante cavaliere andasse non di rado debitore del suo risanamento alla donna avvenente, che gli imprimea poi una ferita più profonda nel cuore.
Ma nel tempo di cui favelliamo, gli Ebrei d'entrambi i sessi possedevano e adoperavano in ogni ramo l'arte della medicina, ned eravi possente barone o anche monarca, il quale, infermo o ferito, sdegnasse fidar sè medesimo alla cura di qualche perita persona, comunque appartenesse a tal proscritta generazione. I Cristiani per la maggior parte credeano che i rabbini ebrei fossero profondamente versati nelle scienze occulte, e soprattutto nell'arte cabalistica, la quale traea nome ed origine dagli studi de' savi di Israele. Nè i rabbini medesimi si affaticavano a dismentire l'opinione delle nozioni soprannaturali supposte in essi, perchè tale idea nulla crescendo allo smodato odio giurato dai Cristiani contro di loro, diminuiva almeno il disprezzo che a questo odio andava congiunto. Uno stregone ebreo, un usuraio ebreo, potevano inspirare lo stesso orrore, ma non essere vilipesi egualmente. Egli è per altra parte credibile a chi osservi quai maravigliose cure vennero attribuite ai Giudei, che questi avessero in proprietà alcuni segreti di medicina particolari a loro, come parimente che fossero studiosissimi di tenerli occulti ai Cristiani presso i quali stanziavano.
Istrutta adunque l'avvenente Rebecca in tutte le dottrine privilegiate della sua stirpe, ne profittò oltre quanto poteva aspettarsi, anche avuto riguardo e alla giovinezza e al sesso e al tempo in cui essa vivea. Le era stata maestra, nell'arte di guarire gl'infermi, una vecchia figlia di un rinomato dottore ebreo, la quale amava Rebecca siccome figlia, e la fe' partecipe di tutti i segreti ereditati dal padre. Il destino di Miriam fu essere sagrificata al fanatismo del secolo, ma i segreti di lei le sopravvissero nelle mani della sua degna discepola.
Considerata parimente per sapere e per avvenenza Rebecca, ottenea rispetto ed ammirazione da' suoi confratelli, che la avevano in concetto d'una di quelle femmine favorite da Dio, delle quali fa menzione la Storia Santa; e il medesimo Isacco, in parte per un riguardo a sì fatte prerogative, e cedendo in parte a tenerezza paterna, che non avea limiti in esso, le concedeva maggior libertà di quanta ne dessero alle persone di quel sesso le israelitiche consuetudini; e già abbiam veduto s'ei si lasciasse guidare dall'opinion della figlia sino a sagrificarle la propria.
Allorchè Ivanhoe giunse all'abitazione d'Isacco, era tuttavia privo di conoscenza, e ne fu cagione la grande perdita di sangue che aveva fatta. Rebecca, dopo applicati sulle ferite i farmaci che stimava opportuni a guarirle, annunziò al padre, come stando lontano dal malato la febbre, il che potea sperarsi, pel molto sangue uscitone dal corpo, nulla avrebbe dovuto temersi per la vita di lui, e che non eravi pericolo nel trasportarlo a York il dì successivo. A tal notizia impallidì un istante Isacco, la cui carità sarebbesi volentieri limitata a lasciare il ferito nella casa ove trovavasi ad Ashby, ed a raccomandarlo con promessa di rimborsare le necessarie spese all'Ebreo proprietario dell'abitazione medesima. Ma a dissuaderlo da questo divisamento molte ragioni adoperò Rebecca, due delle quali citeremo soltanto, siccome quelle che parvero di maggior valore al padre di lei. L'una ch'ella non si sarebbe avventurata a confidare nè manco ad un individuo della propria tribù quell'ampolla ove racchiudeasi il balsamo necessario a compiere la sospirata guarigione, e ciò per tema ch'altri arrivasse a sorprendere il segreto del modo ond'era formato lo stesso farmaco. La seconda ragione poi ella deducea dall'essere Wilfrid d'Ivanhoe il favorito di Riccardo-Cuor-di-Leone, di cui si vociferava probabile il ritorno nell'Inghilterra; ritorno da temersi per Isacco, al qual poteva essere apposto a colpa l'avere somministrate somme ragguardevoli al principe Giovanni, nell'atto che di tai somme lo stesso principe si valeva a macchinare ribellione. Con tal vista gli era utile il procacciarsi nello stesso Ivanhoe un valevole avvocato ed intercessore presso il Monarca.
«È vero, è conforme a ragione quanto mi dici, o Rebecca» le disse il padre cedendo alla forza di sì fatti argomenti. «Offenderebbe lo stesso Dio chi avventurasse a rischio i segreti della beata Miriam; perchè i beni conceduti da Dio non vogliono inconsideratamente esser buttati in altre mani, sian poi tali doni marchi d'oro o d'argento, o veramente nozioni misteriose e segrete. Gli è un debito il lasciarne depositarii coloro che li ricevettero dalla Provvidenza. E quanto all'uomo che i Nazareni chiamano col nome di Cuor di Leone, vedo anch'io come sarebbe meglio per me cader fra le branche d'un leon d'Idumea che nelle sue, se mai gli giugnessero a saputa i negozi che ho fatti con suo fratello. Do quindi ascolto agli avvisi tuoi, o mia figlia; e il bravo giovine (chè l'Ebreo si era avvezzato ad indicare con tal predicato Ivanhoe sin da' primi fatti della giostra d'Ashby) venga con noi ad York, e la nostra casa sarà la sua finch'egli sia affatto risanato dalle riportate ferite; e se Cuor di Leone torna in questi paesi, come qualcuno va divulgando, il bravo giovine diverrà per me un muro di difesa contra la collera del Re. Se poi non torna, lo stesso bravo giovine verrà nonostante in essere di rimborsarmi delle mie spese, tosto che avrà guadagnato qualche buono spoglio colla punta della sua sciabola o della sua lancia, come ha fatto ieri ed oggi, poichè questo giovine è un bravo giovine, fedele alle sue obbligazioni, e puntuale a dato giorno, a data ora; restituisce quanto ha preso in prestito, paga quello che deve di più, soccorre l'Israelita, se lo vede pericolante fra gli agguati de' ladri e de' figli di Belial.»