Fu solamente sul far della sera che Ivanhoe ricuperò l'uso de' sensi. Uscito allora come di profondo sonno, lo spirito di lui giaceva in quella letargia, in quella confusione, che sono effetto ordinario dello stato cui era ridotto. La sua mente non gli valse per qualche tempo a raccozzare le circostanze che avevano preceduto il suo svenire nella lizza, ned a seguire la concatenazione di quegli avvenimenti ne' quali aveva egli avuta sì gran parte il dì innanzi. Alla molesta sensazione che gli cagionavano le ferite, la debolezza, lo stremo di tutte le sue facoltà fisiche e morali, mesceasi una confusa rimembranza di pugne, di colpi dati e ricevuti. Vedea cavalli far impeto gli uni contra gli altri, scontrarsi, rovesciarsi; udia scricchiolar d'armi, gridar di combattenti, tumultuar di battaglia. Tentò uno sforzo per allontanare la cortina del letto ove lo avevano collocato, e vi riuscì benchè non senza provare difficoltà.

Stupì grandemente trovandosi in un appartamento fregiato sì di ricchissime suppellettili, ma tutte di foggia orientale, e ove tenean luogo di seggiole i cuscini; talchè per un istante credè esser stato trasportato nel durare del suo letargo in terra di Palestina. Nè a guarirlo da sì fatta illusione contribuì, come ognun s'immagina, il vedersi comparire innanzi, movendo circospetti passi, una giovine donna posta in tal sontuosa acconciatura che annunziava le usanze di vestire asiatiche anzichè le europee, e seguita da un'ancella di colore che traeva affatto al nero.

Fu questa una specie di visione agli occhi del cavaliere ferito, che stava per indirigere alcuni accenti alla comparsagli fata, allorchè questa s'appressò un dito al vezzoso labbro, come chi raccomanda il silenzio. Poichè l'ancella ebbe scoperto il fianco d'Ivanhoe, la leggiadra Israelita scorse con molto giubilo dallo stato della piaga, che le proprie cure non sarebbero tornate inefficaci. Adempiè quel ministerio la gentil medichessa con tal modestia e semplicità, piena di grazia e decoro, che anche a secolo più ingentilito niuno avrebbe ravvisato in tutto quanto ella fece cosa disdicevole a donna la più dilicata. In quell'atteggiamento, la vista di leggiadra e ufiziosa giovinetta china sul letto di persona di sesso diverso per medicarne le piaghe, non era la cosa che più si conciliasse ammirazione; perchè tale idea, pur essa gradevole, si dileguava all'offerirsi piuttosto l'altra d'un ente benefico inteso ad alleviare il dolore e a far fronte ai colpi minacciati da morte. Rebecca diede alcune brevi istruzioni in lingua ebraica a quella vecchia fantesca, la quale avvezza a servire in tali ufizi la sua padrona, le adempiè scrupolosamente e tantosto.

Gli accenti di strana lingua sonano aspri il più delle volte all'orecchio di tale che non li comprenda; pure usciti dalle belle labbra di Rebecca, produssero quel magico effetto che l'immaginazione attribuisce agli incanti di fata benefica. Certamente que' detti furono inintelligibili per Ivanhoe; ma la voce soavissima che li modulava, lo sguardo tutto spirante affetto da cui erano accompagnati, li rendevano commoventi e sino al cuore li conduceano. Non osando una sola interrogazione, Ivanhoe lasciò ch'ella terminasse tutto quanto spettava al pietoso ufizio da lei assuntosi, e solo allorchè dopo le largitegli cure la vide in procinto d'allontanarsi, si risolvette a volgerle il discorso.

«Giovane e vaga donzella» le diss'egli in arabo, poichè tal idioma aveva imparato nell'Oriente, e la foggia del vestir di Rebecca dava a credere ch'ella il dovesse conoscere «quanto io mi sia grato a tal cure, e...»

Ma lo interruppe quell'avvenente discepola d'Esculapio. «Ser cavaliere, io parlo l'inglese, e nacqui nell'Inghilterra; benchè il mio abito e la mia famiglia appartengano ad altra contrada.» E in pronunziando sì fatti accenti, un lieve sorriso diè per pochi istanti a quella vaga forma uno spicco di men solito genere, perchè l'espressione d'ordinario ne era seria e piuttosto volta al patetico.

Nè diremo già che prima gli occhi d'Ivanhoe esprimessero sentimenti al di là di quell'omaggio a cui rari pregi di avvenenza giunta a cortesia costringono tutt'uom giovane. pag. 245.

«Nobil fanciulla» ripigliò a dire Ivanhoe; ma per la seconda volta Rebecca s'affrettò ad interromperlo.