«Aggiugni quel veron. Come a te lice,
«Quai del conflitto sian le sorti or guata.
Schiller.
Gl'istanti del maggior pericolo sono sovente per l'uman cuore gl'istanti di aprirsi con maggior forza alla tenerezza e alla soavità degli affetti. Una agitazione se è troppo vivace ne mette in minor cautela su di noi medesimi, e ne astringe senza volerlo a palesare que' sensi, che in tempo di maggior calma avremmo almeno saputo nascondere, quand'anche ne fosse mancato vigore per allontanarli da noi. Trovatasi presso Ivanhoe Rebecca, maravigliò ella stessa del sentimento di piacere cui cedea in un momento che l'attorniavano pericoli per ogni dove, e poco dopo essersi quasi abbandonata alla necessità della disperazione. Avea sotto le dita il polso dell'infermo, e chiedendogli contezza di sua salute, gli accenti di lei spiravano tal che di patetico, da cui svelavasi come ella sentisse per Ivanhoe maggior premura di quanto avrebbe voluto confessare perfino a sè stessa. La mano le tremava, gli accenti le languivano le labbra, e solamente la richiamò alcun poco a sè medesima la fredda interrogazione del ferito: «Siete voi, giovinetta?» interrogazione onde fu obbligata a rammentare, che l'affetto impadronitosi dell'animo di lei nè era nè doveva essere corrisposto. Le sfuggì un sospiro che potea intendersi appena; poi le interrogazioni da esse indiritte al cavaliere sullo stato di sua salute presero il tuono tranquillo dell'amicizia. Ivanhoe le rispose di star meglio oltre quanto avrebbe osato sperare egli medesimo «e ne ringrazio» aggiunse «le vostre sollecitudini, o mia cara Rebecca.»
«Ei mi nomina la sua cara Rebecca» ella diceva a sè stessa «ma d'un tuono freddo e indifferente, che mal s'accorda col significato di tali voci. Il suo cavallo di battaglia, il suo cane da caccia, gli stanno più a cuore della povera figlia di Israele, scopo soltanto del suo disprezzo!»
«I patimenti fisici» continuò Ivanhoe «mi sono men duri da sopportare che le inquietudini dello spirito. Dai discorsi fatti da due armigeri rimasti finora presso di me, intesi com'io sia prigioniere; e nel cavaliere che li fece partire per dar opera a qualche fazion militare, scorsi il feroce Frondeboeuf; cosa da cui conchiudo trovarmi io nel castello di questo tiranno. Se ciò è, qual modo mi rimane a soccorrere lady Rowena e mio padre?»
«Egli non parla nè d'Isacco nè della figlia d'Isacco» proseguì meditando Rebecca; «noi non teniamo parte veruna nei suoi pensieri. Il cielo mi punisce, e a ragione, d'aver volti i miei troppo a lungo sopra di lui.» Dopo essersi in cotal guisa accusata dinanzi a sè medesima, narrò ad Ivanhoe le particolarità ch'ella sapeva, vale a dire che Bois-Guilbert e Frondeboeuf comandavano nella rocca; che molta mano di nemici la circondava, che non le era noto quai fossero gli assedianti. Lo ragguagliò di più del sacerdote cristiano giunto nel castello, e che a quanto parea dovea essere meglio istrutto del modo in cui si stesser le cose.
«Un sacerdote cristiano!» sclamò Ivanhoe. «Mi è d'uopo vederlo. Rebecca, fate ogni possibile per trovarlo, e condurlo alla mia presenza. Raccontategli come un uomo pericolosamente infermo ne implora spirituale soccorso, ovvero su di ciò ditegli quanto giudicate meglio, purch'io lo veda. Certamente è a me necessario il prendere o tentar di prendere una risoluzione; ma come il potrei ignorando quai cose succedano esternamente?»
Rebecca, studiosa di compiacere Ivanhoe, si avventurò al tentativo, poi mandato a vuoto, come vedemmo, dal giugner d'Ulrica; giacchè e l'una e l'altra donna stavano in agguato per trarre a sè quando passava il supposto frate. La Israelita pertanto ritornando all'infermo gli annunziò il cattivo esito della tentata prova.
Se la cosa spiacque ad Ivanhoe, non gli diede agio a fermar l'anima su tale rincrescimento il romore che da lungo tempo udivasi per tutto il castello, e che prodotto dagli apparecchi di difesa si fe' di repente più gagliardo cambiandosi in tumulto e clamori. Le frettolose pedate degli armigeri che correano su i bastoni faceano rintronare gli angusti anditi e le scale onde pervenivasi ai merli ed alle feritoie. A tale strepito aggiugneansi le voci de' cavalieri che eccitavano i soldati, indicando loro le cose da farsi; ma queste voci venivano spente il più delle volte dal fragor dell'armi e dalle grida di coloro cui venivano indiritti i comandi. Comunque terribile di per sè stessa una tale scena, le dava più orrido aspetto l'idea della successiva che da questa venia presagita, orrore non privo d'una certa sublimità di immaginazione, che anche in tai momenti sollevò la mente di Rebecca facile ad aprirsi alle grandi impressioni. In mezzo al pallor delle guance gli occhi le scintillavano, e scorgeasi nella voce di lei una mescolanza di tema e d'entusiasmo allorchè si diede a declamare, traducendolo al suo compagno, il versetto del sacro testo. «Si vedono sfavillar l'aste e gli scudi; s'odono il fischiar delle frecce, l'imperar dei duci, il gridar degli armati.»