«Ditemi piuttosto che fanno ora. Osservate bene; non è in tali istanti che lo spargimento del sangue debba fare volgere gli occhi addietro.»

«Ora non se ne sparge più» rispose Rebecca: «i nostri amici si muniscono di difesa nel conquistato fortino, ottimo asilo per essi contro le frecce degli assediati. Se questi ne scoccano a quando a quando qualcuna, gli è piuttosto a fine di mettere in inquietezza i vincitori, che colla speranza di nuocere a persone già assai coperte contra i lor dardi.»

«Vorrei sperare che questi nostri soccorritori non tralasciassero un'impresa incominciata sì gloriosamente, e già coronata da un primo buon successo. Anzi ogni mia fiducia si riposa sul prode cavaliere, la cui azza ha atterrato Frondeboeuf, e rovesciata la portella del fortino. Non avrei creduto mai che vi fossero due uomini forniti di tanta forza e coraggio. Una spranga di ferro ed un catenaccio! A che mai si riferiscono tali emblemi? Nè vedete voi alcun altro segnale, che possa fornire nozioni più esatte sul cavalier Nero?»

«No. Tutta l'armatura ne è bruna quanto l'ala d'un corvo. Niun altro esterno segno lo dà a conoscere. Ma dopo il vigore e la prodezza da lui sfoggiati nel durar della pugna, mi assumerei ravvisarlo fra mille guerrieri. Ei si lanciava in mezzo alla mischia colla calma onde lo avreste veduto sedersi a mensa. Quanto egli opera non può dirsi unicamente effetto di forza di corpo, perchè tutta la sua anima, tutte le sue facoltà fisiche e morali, sembrano raccogliersi in lui ad ogni colpo ch'ei vibra sull'inimico. Dio gli perdoni il sangue da lui versato! Egli è uno spettacolo terribile e sublime parimente da contemplarsi, come il braccio e il valor d'un sol uomo bastino a trionfare d'una moltitudine di nemici.»

«Tai vostri accenti, o Rebecca, hanno dipinto un eroe. Credete pure che gli assalitori si giovano di tale pausa momentanea unicamente per mettersi in forze, e per apparecchiarsi a varcare la fossa. Sotto un tal duce, siccome quel che li guida, nè timore, nè pericoli li distorranno omai dal durare in nobilissima impresa, fatta più gloriosa dalle medesime difficoltà che la impacciano. Giuro per la sovrana de' miei pensieri, che sofferirei di buon grado dieci anni di cattività per combattere in tale occasione al fianco d'un cavaliere sì prode.»

«Oimè!» soggiunse la giovane Israelita, che ritraendosi dalla finestra si avvicinò al letto dell'infermo. «Queste impazienti brame, questa sete di gloria per cui angosciate, questo sconforto prodotto in voi dallo stato di languor che vi prostra, sono altrettanti ritardi al vostro risanamento. E come potete voi pensare a portar ferite ad altri, se non sono per anco rimarginate quelle che riceveste?»

«Non è di voi, o Rebecca, il comprendere quanto sia insopportabile cosa ad uomo nudrito nel vero spirito di cavalleria, il vedersi non men di un frate o di una donna condannato all'inerzia, e ciò allorquando vengono operati prodigi di valore pressochè al suo cospetto. L'amor delle pugne è l'essenza di nostra vita, e la polve sollevatasi dalle lizze è l'atmosfera entro cui respiriamo aere più libero. Non ne son cari i nostri giorni, non desideriamo serbarli se non se in contemplazione della gloria e della rinomanza che ce ne può derivare. Così vogliono, o giovinetta, le leggi della cavalleria, alle quali giurammo obbedire, alle quali sagrifichiamo di buon grado tutto quanto possiamo amare di più sulla terra.»

«Oh! ditemi, prode cavaliere. Non sarebbe mai questo un sagrifizio fatto al demone della vanagloria, un olocausto che attraversa le fiamme per essere presentato a Moloch? Qual prezzo vi rimane finalmente del sangue sparso, delle fatiche e de' patimenti cui v'abbandonaste, delle lagrime che le vostre sublimi geste fecer versare, qual prezzo allorchè la morte rompendo la lancia al guerriero, il rinversa dal suo corridor di battaglia?»

«Che ne rimane?» sclamò Ivanhoe. «Che ne rimane? La gloria, mia giovinetta, la gloria che a noi fregia meglio dell'oro le tombe, e immortali fa i nostri nomi.»

«La gloria!» riprese a dire l'Ebrea. «Oimè! ella è un trofeo d'armi corrose dalla ruggine e appese al monumento sotto cui gli avanzi del guerriero riposano; ella è una iscrizione cancellata dal tempo, e che il più dotto fra i vostri monaci è appena capace di leggere al viaggiatore trattosi a contemplarla. Son forse bastanti simili premii a compensare il sagrifizio degli affetti i più teneri e le molestie di una vita trascorsa fra gli affanni per dispensare parimenti affanni ai suoi simili? I rozzi versi d'un bardo possono aver tanto vezzo ch'uomo immoli alla smania di meritarli i sentimenti più soavi della natura? La pace e la felicità dell'animo saran dunque contenti da desiderarsi meno che il divenir l'eroe d'alcuna ballata solita a cantarsi da girovaghi menestrelli alle mense de' Grandi, intantochè i convitati s'inebbriano tra flutti di vino e di birra?»