«Reginaldo di Frondeboeuf ha vissuto tanto da trovar cosa ch'ei non ardisca di fare?» Sclamò una voce sgradevole, acuta, e prossimissima alle cortine del letto.

I presagi sinistri della coscienza e l'infiacchimento di nervi di Frondeboeuf così interrotto nel suo monologo, lo trassero facilmente in persuasione d'udir la voce di un di que' mali angeli che la superstizione del secolo metteva attorno ai letti de' moribondi, attribuendo ai ridetti angeli il ministerio di divagarne lo spirito, e impedirli dal fermarsi in que' pensieri da' quali potea per essi dipendere l'eterna salvezza. Fremè di repente, e freddo sudore gli coperse tutte le membra; ma ripresa ben tosto la solita risolutezza, fece ad allontanar le cortine uno sforzo, tornatogli vano per la spossatezza de' muscoli: «Chi va là?» sclamò. «Chi se' tu, tu che osi ripetere le mie voci con accento più funesto del gracchiar d'augelli marini? Appressati, fa ch'io ti veda.»

«Sono il tuo cattivo angelo» quella voce rispose.

«Assumi dunque tal forma che ti renda visibile agli occhi miei» soggiunse il cavalier moribondo «nè credere che la tua voce abbia forza ad intimidirmi. Lo giuro per le rocche infernali! Se potessi lottare contro le orrende immagini che mi circondano, come seppi affrontare i pericoli della terra, il cielo e gli abissi non avrebbero cose capaci di atterrir Frondeboeuf.»

«Medita i tuoi delitti, o Reginaldo! Ribellioni, assassinii, rapine! Chi eccitò Giovanni, quel principe privo d'onore a ribellare contra il padre suo incanutito, contra un fratel generoso?»

«Sia tu uno stregone o un demonio» sclamò Frondeboeuf «mentisti per la gola. Non io eccitai Giovanni alla ribellione, o almeno non fui io solo. Cinquanta baroni, il fiore della cavalleria, le migliori lancie che si conoscano, gli diedero tale suggerimento. Debbo io solo essere tenuto pe' falli di tutti? Spirito d'abisso, chiunque tu sia, ti disfido. Se sei cosa mortale, lasciami morire in pace, se appartieni all'inferno, l'ora d'avermi non è ancor giunta.»

«No, che in pace non morirai. Anche all'istante della morte ti si affacceranno tutti i delitti che commettesti. Ascolterai i gemiti di cui rintronarono le vôlte di questo castello, contemplerai il sangue che ne inondò tutti gli atrii.»

«Non t'avvisare di spaventarmi con vane parole» ripigliò a dire con forzato riso Frondeboeuf. «Non sarà per me che un merito al cospetto del cielo l'avere usato siccome usai verso gli Ebrei miscredenti. Se ciò non fosse, perchè vedremmo santificati coloro che si lordan le mani nel sangue de' Saracini? Quanto ai porcaiuoli sassoni, se ne ho fatto strage, ho puniti i nemici del mio paese, del mio legnaggio, del mio sovrano. Ah! Ah! il vedi? Non hai potuto trovare il lato debole della mia armatura. Sei tu sparito? sei tu costretto al silenzio?»

«No, detestabile parricida» rispose la voce. «Pensa a tuo padre! pensa alla morte cui soggiacque! Pensa alla sala del suo estremo banchetto, tinta del sangue suo sparso per la mano del figlio!»

«Ah!» sclamò il barone dopo alcuni istanti di silenzio «poichè ciò non ignori, ti ravviso veramente siccome il padre del male, e tu sai tutte le cose, come i nostri frati ne insegnano. Io credea tale arcano racchiuso nel mio seno e in quello della mia tentatrice, della complice del mio delitto. Lasciami, maligno spirito, va in traccia della strega sassone Ulrica; di colei che sperse tutte l'orme di nefando misfatto, che lavò le ferite, che seppellì il cadavere; che ad una morte violenta diè colore di morte naturale. Va in traccia di colei che fu l'instigatrice e l'orrida ricompensa d'un tal delitto. Costei assapori com'io un saggio de' tormenti che le apparecchia l'inferno.»