Egli era di fatto Bracy, nel cui volto acceso leggeasi la fatica d'uomo che avea sostenuta una corsa di galoppo, coperto di polvere e di sudore, e coll'armatura infranta e insanguinata, onde non era dubbio ch'ei non avesse partecipato ad un ostinato combattimento. Spacciatosi dell'elmo, lo mise sopra una tavola, e tacque per un'istante qual chi ha bisogno di prender fiato.
«Ebbene, o Bracy» disse il principe; «che vuol dir ciò? Parlate, ve lo comando. I Sassoni han ribellato?»
«Parlate adunque, Bracy» soggiunse, quasi nel medesimo tempo che il suo padrone, Fitzurse. «Una volta avevate l'usanza di essere uomo. Ov'è il Templario? Che cosa è accaduto di Frondeboeuf?»
«Il Templario è fuggito» rispose Bracy «quanto a Frondeboeuf, più nol vedrete. Egli ha trovato luminoso sepolcro sotto le ardenti rovine del suo castello medesimo, e credo essere io il solo fuggito per arrecarvene la notizia.»
«Voi parlate di rovine ardenti e di incendio con tuono molto tranquillo» soggiunse Fitzurse.
«Nè v'ho ancor detto il peggio» Bracy replicò. Indi accostandosi al principe Giovanni, gli disse abbassando la voce, e in aria di mistero: «Riccardo è in Inghilterra, l'ho veduto, gli ho parlato io medesimo.»
«Voi sognate, o Bracy» disse Fitzurse «una tal cosa è impossibile.»
«Nondimeno è vera, gli ho parlato io, vi ripeto, son fatto suo prigioniero.»
«Prigioniero di Riccardo Plantageneto?»
«Di Riccardo Plantageneto, di Riccardo Cuor-di-Leone, di Riccardo d'Inghilterra!»