Isacco s'arrestò un momento innanzi alla porta meditando ai modi d'assicurarsi un'accoglienza, possibilmente la meno sfavorevole; perchè non ignorava egli come il rinascente fanatismo dell'Ordine fosse da temersi altrettanto per la sciagurata Israelitica schiatta, quanto il fu dianzi lo sregolamento che nello stesso Ordine si era introdotto; nè dissimulava a sè stesso come l'intolleranza religiosa gli preparava pericoli anche maggiori delle avanie cui per l'addietro la cupidigia di più d'un Templario l'assoggettò.

Luca di Beaumanoir in quel tempo si diportava lungo un picciol giardino, situato nelle fortificazioni esterne della commenda, intertenendosi in famigliare colloquio con un cavaliere dell'Ordine seco lui venuto di Palestina.

Questo Gran-Mastro era avanzato molto in età, come il davano a divedere la sua lunga barba grigia, e le folte sopracciglia, grigie esse pure, che facean ombra a due occhi vivacissimi ad onta degli anni. Guerriero formidabile e non men fanatico nella superstiziosa sua devozione, univa nella propria fisonomia l'alterezza del coraggio, l'orgoglio della superstizione e l'inflessibilità della intolleranza. Comunque le magre sue guance presentasser l'impronta de' digiuni e delle astinenze, cui si condannava, nondimeno in que' lineamenti leggeasi non so che di nobile e di espressivo, vantaggio di fisonomia ch'ei dovea certamente all'alto grado in cui stavasi; ond'era in continua corrispondenza coi principi e colle teste coronate, e alla consuetudine della suprema autorità che in conseguenza de' regolamenti dell'Ordine egli usava sopra tanti cavalieri prodi e d'alto legnaggio a lui sottomessi. Altero e sublime era l'andamento, nè il peso dell'età aveane curvata la maestosa statura. Di bigello bianco portava il manto, succinto assai giusta le regole di san Bernardo; alla destra spalla vedeasi cucita in rosso panno la croce ottangolare dell'Ordine. Nè vaio nè ermellini ornavano tal vestimento; e solamente in contemplazione della sua età avea la vesta di sotto foderata di pelle d'agnello, fodera permessa dalle regole dell'Ordine, che poi bandivano rigorosamente ogn'altra sorte di pellicce, arredi del massimo lusso a que' giorni. Reggea colla mano l'abaco, che è quel baston di comando, del quale vediamo spesse volte insigniti i Templarii nelle loro effigie; e la cui estremità superiore va guernita d'un pomo piatto, che porta impressa la croce dell'Ordine, inscritta ad un cerchio, o orio, giusta i termini del blasone. Vestito nella stessa guisa scorgevasi il cavaliere compagno del Gran-Mastro; ma il contegno rispettoso del secondo ben additava come il vestire fosse il solo punto d'eguaglianza fra essi. Questo commendatore, poichè tale erane il grado, non camminava a pari col Gran-Mastro; e gli stava solamente da presso quanto bastava, perchè l'altro potesse vederlo e parlargli senza essere costretto a volgere il capo.

«Corrado» sì il Gran-Mastro diceagli «diletto compagno delle mie fatiche e dei miei fatti d'armi, non siete che voi nel cui seno io possa disacerbare le ambasce che mi tormentano; e alla sola vostra fedeltà emmi dato di confidarle. Quante volte, dacchè son giunto in questo paese, io mi sono augurato di dormire il sonno dei giusti! Fuorchè le tombe dei nostri fratelli, sotto le grevi vôlte della metropolitana del Tempio, i miei occhi non videro in Inghilterra un solo oggetto su di cui fermarsi con compiacenza. Valoroso Roberto di Rosse, degno William di Mareschal» sclamava io fra me stesso in contemplando le immagini di questi prodi eroi della Croce, scolpite sulla pietra che ne copre gli avanzi «aprite i vostri sepolcri, e fate partecipe del riposo che ora gustate, un fratel vostro ridotto a stremo, e che vorrebbe piuttosto dover affrontare centomila pagani che rimanersi spettatore del fatale scadimento a cui è venuto il nostro ordine.»

«Pur troppo gli è vero» rispose Corrado Monfichet «la condotta de' nostri fratelli è anche più irregolare in questo paese che non lo è nella Francia.»

«Perchè qui sono più ricchi» rispose il Gran-Mastro. «Usatemi compatimento, o fratello, se vi sembrasse mai ch'io esaltassi troppo me stesso. Voi conoscete la vita che ho condotta finora, dando l'esempio della sommessione alle nostre regole, lottando contra demonii incarnati, e qual si conviene a prode cavaliere, a buon religioso, battendo ovunque l'ho incontrato il lione ruggente che s'aggira attorno di noi per divorarci, come il beato san Bernardo ne ha fatto un dovere nel capitolo quarantacinquesimo della nostra regola, ut leo semper feriatur. Ma pel santo Tempio! per quello zelo che ha divorata la sostanza della mia vita, e fino i miei nervi e il midollo delle mie ossa! fuor di voi e d'un picciolo numero di fratelli, non ne trovo generalmente alcuno ch'io possa risolvermi a stringere con questo santo nome al mio seno. Che prescrivono i nostri statuti, e come ne adempiono quelli le prescrizioni? Essi non dovrebbero portare alcun ornamento mondano, nè penne ai loro cimieri, nè speroni d'oro; pure ov'è un cavaliere messo con tanto splendore, siccome i soldati del Tempio che fecero voto di povertà? Ad essi è vietato il valersi d'un volatile per far preda di un altro volatile, di cacciar coll'arco o colla balestra le bestie selvagge, di sonare il corno, di correre dietro al cervo; nondimeno qual avvi che oggidì posseda migliori falconi? qual altro che segua con più ardore un daino per le foreste? quale più sperimentato negli stratagemmi della caccia? Eglino non dovrebbero leggere libri profani senza averne permissione del loro superiore; hanno l'obbligo di estirpare la magia e l'eresia; e oimè! vengono in vece accusati di studiare i segreti magici de' pagani saracini, e la maladetta cabala dei detestabili Ebrei. È prescritta ad essi l'astinenza nè debbono mangiar carne che tre volte la settimana, perchè tal nudrimento intende alla corruttela del corpo; pur si vedono le mense loro imbandite delle vivande le più delicate! Lor bevanda dovrebbe essere l'acqua, ed è divenuto proverbio: bevere come un Templario! Questo giardino medesimo carico d'alberi preziosi, e di piante esotiche tratte da climi lontani, non s'addirebbe forse meglio allo harem d'un emir infedele che a un convento, ove i religiosi cattolici non dovrebbero far crescere d'altre erbe se non se quelle necessarie al loro sostentamento? E piacesse al cielo, o Corrado, che la licenza introdottasi nella monastica disciplina non andasse più oltre! Voi sapete che ne è probito il ricevere fra le nostre mura fin quelle sante donne, che in origine erano associate a noi siccome sorelle del nostro Ordine, perchè, come sta scritto nel quarantesimosesto capitolo delle regole de' Templarii, l'antico nemico del genere umano si è giovato con buon successo della femminile brigata per distorre dal sentiero del Paradiso anche i più ardenti nel batterlo. Che più! l'ultimo articolo che è in tal qual modo la pietra del perfezionamento, ne proibisce persino di dare un amplesso di puro affetto alle nostre madri, alle nostre sorelle ut omnium mulierum fugiantur oscula. Ho rossore nel dirlo! Ho rossore solo a pensarvi! Voi sapete che la corruttela ha invaso a guisa di torrente il nostr'Ordine. Le anime de' nostri santi fondatori, i beati spiriti di Ugo di Payen, di Goffredo di Saint-Omer, e di que' sette sant'uomini che convennero i primi per consacrare al servigio del Tempio le proprie vite, non possono più godere scevro di nubi l'eterno sereno della loro beatitudine. Io gli ho veduti, o Corrado, fra le tenebre della notte, gli occhi loro si struggevano in pianti su gli errori e i peccati de' comuni fratelli, e sull'obbrobrioso lusso in cui vivono. Beaumanoir, mi dicevano, tu dormi! Ah ridestati! Le mura del Tempio sono contaminate, un'infetta lebbra vi è penetrata entro. I soldati della Croce che dovrebbero fuggire lo sguardo d'una donna come l'occhio del basilisco, vivono apertamente fra le sozzure non solamente con femmine di lor credenza, ma con quelle dei maladetti Pagani, e con quelle degli Ebrei ancora più maladetti. Ridestati, Beaumanoir, vendica il Tempio, e prendi la spada di Finea per punire i peccatori senza distinzione di sesso. La visione scomparve, o Corrado, e nello svegliarmi io credeva udir tuttavia lo strepito delle armature de' nostri fondatori, e vederne i bianchi mantelli. Mi conformerò ai loro comandi. Purificherò il Tempio e strapperò dalle sue mura le pietre che la corruttela ha imputridite.»

«Ma ponete mente, venerabile Gran-Mastro» soggiunse Montfichet «che il tempo e la consuetudine hanno dilatate le macchie che volete fare sparire. Se per una parte è giusta e necessaria la riforma che voi bramate introdurre, altrettanto fa mestieri di grande prudenza e di molta cautela per metterle mano.»

«No, Corrado, ella debb'essere subitanea e compiuta. Il destino del nostro Ordine tocca al suo stremo. La pietà, il disinteresse de' nostri predecessori ci valsero possenti amici; ed ora le nostre ricchezze, il nostro lusso, il nostro orgoglio hanno sollevati contro di noi altrettanti nemici non meno possenti. Gli è d'uopo rinunziare a queste ricchezze che sono adescamento di perseguirci ai sovrani, a questo lusso ch'è uno scandalo pe' Fedeli, a questo orgoglio affatto contrario alla cristiana umiltà; fa di mestieri riprendere que' puri ed austeri costumi che furono l'edificazione di tutta la Cristianità; altrimenti, fate attenzione a questi miei detti: l'ordine del Tempio sarà ben tosto distrutto, nè rammentato verranne il nome se non se come le rovine degl'imperi che un giorno fiorirono.»

«Possa il cielo stogliere da noi una tale calamità!»

«Amen!» pronunziò con solenne tuono il Gran-Mastro «ma perchè il Cielo ne aiuti in sì grave frangente, è d'uopo a noi renderci degni del suo soccorso. Tenete per fermo, o Corrado, che nè le potenze del Cielo, nè quelle della terra, possono tollerare gli sregolamenti dei nostri fratelli. Io ne ho troppa certezza. Il terreno su di cui sorge l'edifizio del nostro Ordine è già minato da tutte le parti, e quanto più aggiugniamo alla grandezza sua temporale, tanto maggior peso gli aumentiamo che ne affretterà la rovina. Ne fa mestieri tornare addietro, mostrarci fedeli campioni della Croce, sacrificare a' suoi piedi non solamente la nostra vita e il sangue nostro, ma i nostri desiderii, le passioni, i vizi, e persino i nostri piaceri legittimi, gli agi e le naturali inclinazioni. Tutto ciò che è permesso agli altri Fedeli, non lo è ai cavalieri del Tempio egualmente.»