«Lo sfortunato!» dicea Beaumanoir riguardandolo con aria compassionevole. «Vedete, Corrado, qual effetto opera sovr'esso la solennità di questo spettacolo! vedete a qual deplorabile stato un degno e valoroso cavaliere può essere ridotto dagli sguardi d'una femmina, se il nemico del genere umano ti aggiugne il soccorso della magia! Osservate ch'ei non osa alzar gli occhi, nè sovra la donna, nè sovra di noi! E forse è un incitamento dello spirito maligno che move la sua mano a descrivere sul pavimento quelle linee cabalistiche. Chi sa che que' segni non minaccino la nostra vita, la sicurezza di tutti noi! Ma nulla rileva. Noi disfidiamo le potenze dell'abisso, e ne trionferemo: Semper leo percutiatur.»
Queste cose egli diceva sommessamente al suo commendator Montfichet, che gli stava a man destra; indi in tali termini addirizzò la parola all'assemblea:
«Valenti e reverendi commendatori e Cavalieri di questo santo Ordine, miei fratelli e figli, aspiranti, che desiderate portare questa rispettabile croce, degni scudieri, che partecipate alle nostre fatiche, e voi cristiani d'ogni classe, sappiate prima di ogn'altra cosa non essere mancanza in noi di potere, che ne mosse a radunare questo capitolo. Quantunque poco sia il merito che ravvisiamo in noi medesimi, pure allorchè ricevemmo questo baston di comando, ne fu conferito il diritto di giudicare, di condannare, di punire in tutto quanto riguarda il bene del nostro Ordine. Il beato san Bernardo nelle regole che ne ha trasmesse lasciò scritto all'articolo cinquantesimo, che i fratelli non si assembrerebbero in capitolo se non se col beneplacito del Gran-Mastro, al quale commise il potere di convocare capitoli generali o particolari secondo lo giudicherebbe a proposito, nel luogo o tempo che meglio a lui piacerebbe. In questi capitoli è nostro dovere l'ascoltare gli avvisi di ciascun fratello, e operare indi giusta le norme del nostro proprio intendimento. Ma ogni qual volta il lupo infuriato assale il gregge, e rapisce un'agnella, è dovere del buon pastore il chiamare in soccorso i compagni onde assalire coll'arco e colla fionda il nemico, non ci scostando mai dalla massima ben nota a ciascun di noi: Si percota sempre il leone che rugge.»
«Per tutte queste cagioni abbiamo chiamata alla nostra presenza una ebrea di nome Rebecca, figlia d'Isacco d'York, femmina conosciuta pei sortilegi e pei talismani che adopera, ed ai quali ha avuto ricorso per isviare lo spirito e sedurre il cuore non già d'un abbietto servo, ma di un nobile cavaliere, non d'un laico, ma d'un uomo dedicatosi al santo Ordine del Tempio, non d'uno scudiere o d'un aspirante, ma d'un cavaliere celebre per le sue imprese, e d'uno de' primi in questa chiara corporazione. Il nostro fratello Brian di Bois-Guilbert ci è conosciuto, e lo è parimente a tutti coloro che m'ascoltano, come uno zelante campion della Croce, il cui braccio operò prodigi di valore in Palestina, e purificò i luoghi santi spargendo il sangue degl'infedeli che colla loro presenza li contaminavano. La prudenza e la sagacia non furono in lui men commendevoli del coraggio e del valore; laonde così in Oriente come in Occidente, i nostri cavalieri ravvisavano in esso il personaggio più degno d'aspirare a portar questo bastone, ogni qualvolta sarebbe piaciuto a Dio di alleggerirmi di simil peso.»
«Venuti noi a sapere che un tal uomo, sì meritevole d'onore e sì onorato, dimenticò d'improvviso quanto egli doveva al suo carattere, ai suoi voti, alle sue massime, ai suoi fratelli; che ha veduta con occhio di concupiscenza una spregevole Ebrea; che ha dimenticati i pericoli cui si commettea, premuroso unicamente di salvarle la vita, che per ultimo ha spinto l'accecamento e il delirio fino a condurla in una delle nostre commende, qual cosa possiamo noi credere se non se che il ridetto cavaliere sia posseduto dal maligno spirito, o viva sotto l'influenza di qualche sortilegio e malefizio? Che se ne fosse lecito pensare altrimenti, nè il grado, nè il valore, nè la fama, in cui è pervenuto il nostro fratello, nè verun'altra umana considerazione lo avrebbero posto al sicuro dai nostri giusti castighi. Avremmo obbedito al sacro testo che ne prescrive rompere qualsivoglia patto coll'iniquità, auferte malum e vobis; e Brian di Bois-Guilbert verrebbe escluso dalla nostra santa congregazione, quand'anche ne fosse l'occhio o la mano diritta.»
«Ma se per via di qualche sortilegio il demonio si è impadronito del suo spirito, forse perchè questo cavaliere fisò con troppa imprudenza gli sguardi sopra costei, noi dobbiamo anzichè punirlo, compiangerlo; prescrivergli una penitenza che lo purifichi, che lo liberi dal suo traviamento, e rivolgere, il coltello della nostra indignazione sul maladetto strumento che per poco non fu cagione della sua totale rovina. Alzatevi dunque, voi tutti che avete cognizione de' fatti accaduti, e testificate la verità, affinchè ci assicuriamo se la nostra giustizia possa riposare tranquilla dopo la punizione di questa Infedele, o se ne sia d'uopo, con mortale ferita del nostro cuore, procedere ad espedienti più rigorosi contra un nostro fratello.»
Vennero chiamati molti testimonii per attestare i pericoli a' quali Brian di Bois-Guilbert s'era commesso per sottrarre la giovane Ebrea all'incendio del castello, e i modi onde l'aveva indi protetta a rischio dei propri giorni. Tali particolarità furono narrate con tutta quella amplificazione, cui generalmente si abbandona lo spirito del volgo allorchè cadono indagini sopra straordinari avvenimenti, e questa inclinazione naturale di aggiugnere ebbe nuovo incitamento dall'aria di soddisfazione, cui nell'udire sì fatti racconti manifestava lo spettabile personaggio presidente di quell'assemblea. Quindi i pericoli superati da Bois-Guilbert, assai grandi per sè medesimi, ornati da que' racconti divennero tali ch'uom ne potea campare in modo sol prodigioso. Le cure ch'ei si diede onde far salva Rebecca, divennero un affascinamento di cui non si trovava appena altro esempio; la docilità colla quale il cavaliere si prestava ad ogni detto dell'ebrea, quantunque ella non facesse altro che rimprocciarlo, si dipignea pure come cosa soprannaturale, attesa l'indole violenta ed altera del cavaliere.
Venne poscia eccitato il commendatore di Templestowe a descrivere il modo con cui Bois-Guilbert e l'ebrea erano giunti alla Commenda. Malvoisin avea preparata con molta arte la sua confessione. Circospetto nello scegliere quelle frasi che potessero ferir meno l'indole impetuosa dell'amico suo Bois-Guilbert, lasciò travedere, com'ei l'avesse creduto preso da temporaneo delirio, sola cagione che potea tenerlo sì fortemente avvinto nei lacci dell'amata ebrea. Poi con un sospiro di contrizione manifestò il proprio dolore per aver permesso ad una tal donna l'adito in quella santa dimora. «Ma» aggiunse ancora «ho già fatta la debita confessione al rispettabile Gran-Mastro. Egli sa che le mie intenzioni eran pure, e son pronto a sottomettermi a quella penitenza ch'ei giudicherà a proposito di comandarmi.»
«Ben parlaste, fratello Alberto» disse il Gran-Mastro; «rendo giustizia alle vostre intenzioni. Esse erano buone. Voi volevate rattenere nella sua carriera colpevole un vostro fratello. Pure la condotta che adoperaste è riprovevole. Voi vi siete comportato come uno che volendo arrestare un cavallo impetuoso, lo prendesse per le staffe anzichè per la briglia, a rischio di far danno a sè stesso senza aggiugnere il proprio scopo. Reciterete adunque per sei settimane, e due volte al giorno, le preci di cui il nostro pio fondatore ha prescritta la recitazione qual debito giornaliero ai Templarii, e in tutto questo tempo vi asterrete dal mangiar carne. Tale è la paterna penitenza che per affetto alla vostra anima crediam ben fatto il comandarvi.»
Il Commendatore con quella sua aria da ipocrita ed indicando la massima sommessione fece un profondo inchino, e tornò alla sede che avea lasciata.