Dopo tai detti si manifestò qualche agitazione in quella parte di sala ove stavasi il pubblico, e avendone chiesto il motivo, Beaumanoir seppe trovarvisi un paralitico, a cui l'ebrea aveva ridonato l'uso delle sue membra col soccorso d'un balsamo portentoso.

Era questi un contadino d'origine sassone, che non si curava nè poco nè assai di comparire a quel tribunale, temendo anzi gli si facesse un delitto d'essere stato guarito da un'ebrea; benchè per vero non potesse dirsi guarigione compiuta quella che l'obbligava tuttavia a valersi delle stampelle. Ei fece di mala voglia la sua notificazione, e quasi era d'uopo cavargli ad una ad una le parole di bocca. Nondimeno confessò come due anni addietro essendo la sua dimora a York, ove prestava opera di falegname ad Isacco, lo prendesse una paralisia, ostinata contra tutti i rimedii, e come quelli somministrati a lui da Rebecca, e singolarmente un balsamo prodigioso, gli avessero restituito in parte l'uso delle sue membra. Aggiunse non essere molti giorni che la stessa Rebecca lo avea nuovamente provveduto di tale balsamo, facendogli dono ad un tempo di una moneta d'oro per agevolargli i modi di condursi a vedere i suoi congiunti dimoranti presso Templestowe.

«E col beneplacito della graziosa Reverenza vostra» continuò il paralitico «non credo che questa giovane m'abbia voluto male, perchè ogni qual volta mi sono valso del suo rimedio, ho fatto prima il segno del cristiano e recitato un pater e un avemmaria, nè ciò gli ha diminuita efficacia.»

«Zitto là, uomo servo» disse il Gran-Mastro. «A te ben si spetta, a te che, il confessi tu stesso, vendevi il tuo lavoro ad una maladetta genia, il vantar cure dovute unicamente a forza d'inferno. Io ti fo noto, che lo spirito d'abisso ha il potere di mandare infermità a fine poi di guarirle egli stesso, e così mettere in fama alcune pratiche infernali. Hai teco il balsamo di cui favelli?»

Il contadino si frugò con apparentissimo contraggenio per entro le scarselle, e ne trasse un'ampolla, sul coperchio della quale stavano impressi alcuni caratteri ebraici, segno manifesto per la maggior parte di quegli spettatori, che il rimedio usciva dall'officina del diavolo. Luca di Beaumanoir ordinò gli fosse trasmessa l'ampolla, e le fece il segno della croce innanzi toccarla. Poi sendo a lui note pressochè tutte le lingue che si parlavano nell'Oriente, gli fu agevole cosa il leggere l'iscrizione postavi sopra: Vinse il leone della tribù di Giuda.

«Mirate la strana possanza di Belzebù!» sclamò egli «che ha forza di cambiare in bestemmie i testi delle sacre carte, e in veleni le cose che dovrebbero essere il giornaliero nudrimento dell'anime. Avvi tra noi qualche medico per dirne di quali ingredienti è composto un tal balsamo misterioso?»

Ebbene vi obbedirò da me stessa. pag. 342.

Allora si fecero innanzi due uomini, che medici s'intitolavano. Un d'essi era un frate, l'altro il barbier del villaggio. Esaminatasi da costoro l'ampolla, si protestarono inabili ad indicare le cose che quel balsamo racchiudea; uscirne per altro un odore di mirra e di canfora, sostanza che l'ignoranza loro qualificò di erbe orientali. Poi con quella malignità che la ciarlataneria non risparmia a danno di chiunque ottenga buoni successi nella facoltà medica, senza esserle ascritto legalmente, diedero a comprendere come, non conoscendosi da essi la natura di un tal balsamo, sol per opera magica poteva essere fabbricato, giacchè erano, così dicean, versatissimi in ciascun ramo dell'arte professata, fin dove il sapere era conciliabile colla coscienza d'un cristiano.