Le guardie stavano per mettere Higg fuor della porta, temendo che ei turbasse una seconda volta quell'assemblea, della qual colpa potea sovr'esse ricadere la punizione; ma questi, cambiando d'avviso, promise loro di serbare il silenzio, onde gli concedettero che rimanesse.

Vennero allora chiamati a comparire que' due armigeri, de' quali Alberto di Malvoisin avea favellato a Montfichet. Benchè costoro fossero malvagi indurati nella perversità, la vista di colei che stava per essere la loro vittima, l'avvenenza della medesima, la sua fisonomia nobile e commovente, li tennero come perplessi un istante. Ma un severo guardo di Malvoisin rendè a questi la feroce loro intrepidezza; laonde, con tal ordine che avrebbe eccitato sospetto in tutt'altri giudici non parziali, enumerarono le particolarità de' fatti falsificati a danno della rea convenuta; o se anche erano indifferenti per sè medesimi, sotto aspetto d'indifferenti non li presentavan costoro, e gli accompagnavano di sinistri commentarii, da' quali chiara appariva la perfidia di queste attestazioni, che i criminalisti de' nostri giorni avrebbero divise in due classi, una di fatti inconcludenti, l'altra di fatti fisicamente impossibili. Ma in tale secolo d'ignoranza e di superstizione, sì gli uni che gli altri fatti erano assunti siccome prove di delitto. Del genere degl'inconcludenti sarebbero stati gli asserti di avere più volte intesa Rebecca parlare una lingua sconosciuta a chi l'ascoltava, e udita, intonar canzoni, di cui non si comprendevano le parole, e che nullameno allettavano l'orecchio, e faceano impressione nel cuore; d'aver ella talvolta mosse interrogazioni a sè medesima, come aspettandone la risposta. Di tal natura erano parimente le considerazioni fatte sugli arredi di lei, foggiati diversamente da quelli che le donne inglesi di buona fama vestivano, e sulle linee cabalistiche e i caratteri ignoti o improntati sugli anelli ch'ella aveva alle dita, o ricamati sul velo onde coprivasi.

Tai circostanze cotanto naturali e comuni vennero ascoltate gravemente siccome prove, o almeno siccome forti presunzioni della corrispondenza che Rebecca mantenea colle potenze d'abisso.

Ma uno di cotesti armigeri portò una attestazione più diretta, e che quantunque affatto fuor del possibile fu creduta dalla maggior parte di quella assemblea, ove il numero degli stupidi prevaleva ancora a quello degli scellerati. Costui pertanto attestò di avere veduta una maravigliosa cura operata da Rebecca sopra un uom ferito nel castello di Torquilstone. «Dopo i segni» narrava l'armigero «fatti dalla maga sulla ferita, dopo certe parole misteriose da essa pronunziate, e da me non intese per la grazia di Dio» il perfido narrator soggiugnea «il ferro della freccia uscì della piaga, che, fermato il sangue, immantinente si chiuse. Un'ora dopo, questo ferito era con me su i baluardi e m'aiutava a lanciar pietre sugli assedianti.» La qual favola si fondava forse sul fatto vero delle cure che nel castello di Torquilstone prestò ad Ivanhoe Rebecca. Tanto più era difficile cosa il convincere di falsità questo guadagnato armigero, che costui per convalidare d'una prova materiale le verbali testimonianze, si trasse di saccoccia un ferro di freccia, affermando essere quell'istesso che portentosamente uscì della ferita.

Il collega di costui, stando di guardia sopra una torre, avea potuto vedere la scena accaduta fra Bois-Guilbert e Rebecca, allorquando ella fu in procinto di lanciarsi dal pianerottolo che sporgea fuori della finestra di quella stanza ove l'infelice era stata rinchiusa. Non volendo costui star di sotto al suo camerata, attestò avere veduta Rebecca farsi all'orlo del pianerottolo, trasformarsi in cigno d'un candore che abbarbagliava la vista, svolazzare per tre volte attorno alla gran torre di Torquilstone, poi tornare sulla stessa finestra e riassumere la forma sua primitiva.

Una metà di prove sì rilevanti sarebbe stata oltre l'uopo a chiarire fattucchiera una vecchia povera e brutta, quand'anche non ebrea. Ma questa fatal circostanza congiunta a un tanto cumulo di accuse rendea inutili schermi contra l'impressione che queste produssero la stessa avvenenza e gioventù di Rebecca.

Il Gran-Mastro dopo avere raccolti i suffragi chiese in solenne tuono a Rebecca, se ella avesse veruna cosa da addurre contra la sentenza di condanna ch'egli stava per profferire.

«L'invocare la vostra pietà» disse l'avvenente Israelita con tremante voce che indicava l'agitazion del suo animo «sarebbe un soccorso inutile quanto abbietto ai miei occhi; il dirvi, che l'aver cura de' feriti e degl'infermi, quantunque di fede diversa, non può spiacere al comun fondatore e della vostra e della mia religione, non mi gioverebbe di più; l'accertarvi, che sono per la maggior parte imposture le cose contra me asserite da cotesti due uomini, ai quali possa Dio perdonare, avventurerebbe le mie parole a non essere credute da voi, i quali giudicate possibili i prodigi ch'essi narrarono. Nè maggior vantaggio spererei dal farvi presente, che le mie consuetudini, la mia lingua, le mie vesti son quelle del popolo a cui appartengo. Nemmeno cercherò discolparmi col pregiudizio del mio oppressore, che sta qui ascoltando le calunniose finzioni, onde sembra vogliasi trasformare in vittima chi fu il mio tiranno. Tra lui e me sia giudice Iddio! Egli è della vostra fede, e il menomo accento pronunziato da lui otterrebbe da voi più fiducia di quante proteste le più solenni potesse mettere una misera Ebrea. Quindi non ritorcerò contr'esso l'accusa mossa a mio danno. Ma egli è a voi, sì, gli è a voi, Brian di Bois-Guilbert, che io mi appello; eccito voi a chiarire, se le colpe appostemi sien calunniose e fallaci.»

Tacque ella un istante, e tutti gli occhi si conversero sopra Bois-Guilbert, che tuttavia manteneva il silenzio.

«Parlate» ella continuò «se voi siete uomo, se voi siete cristiano. Io ve ne supplico per l'abito che portate; pel nome famoso de' vostri maggiori; per l'ordine cavalleresco di cui andate fregiato, per l'onore della madre vostra; parlate; dite. Son io colpevole de' delitti che mi vengono imputati?»