Tai cose avvennero sì rapidamente che Wamba ebbe soltanto il tempo di mettersi al labbro il corno da caccia, e all'istante in cui cadea il suo compagno dava fiato allo strumento in tal modo da farne rintronare a molta distanza quel suono ch'egli udì più volte ripetere, e che non aveva egli dimenticato; cupo suono onde indietreggiarono nuovamente quegli scellerati, i quali temettero essersi avventurati con uomo che avesse molto seguito con sè a poca distanza, e Wamba, sebbene mal armato, non tardò ad accorrere in difesa del Cavaliere per aiutarlo a rialzarsi.

«Sciagurati! codardi» sclamò il Cavaliere Azzurro. «Nè vergognate fuggire al solo udire lo squillo di un corno da caccia?»

Rianimati da questi accenti tornarono a far impeto, ed una seconda volta assalirono il cavalier Nero, ch'ebbe solo scampo nel mettersi contra un albero e difendersi colla spada alla mano. Allora il fellone capo degli aggressori, impadronitosi d'un'altra lancia, prese campo a spiare il momento, che il suo formidabile avversario si trovasse più angustiato onde marciare contr'esso di gran galoppo, e infiggerlo come sperava contro di quella pianta; ma Wamba mandò a vôto il costui divisamento. Supplendo con altrettanta agilità ove gli mancava la forza, e francheggiato dallo sprezzo medesimo in cui lo tenevan gli armigeri, facea artificiose giravolte a qualche distanza dai combattenti; pure pervenne ad accostarsi tanto al corridore del cavaliere Azzurro, che ne tagliò i garretti col fendente del suo coltello da caccia, onde colla bestia stramazzò chi la cavalcava. Ma non quindi a men perigliosa condizione trovavasi il cavalier Nero, incalzato d'ogni banda da uomini armati di tutto punto, ai quali era impossibile che resistesse a lungo, estenuato da' continui sforzi di parar botte vibrate sopra di lui senza posa. E già si accorgeva che le sue forze stavano per tradirlo in un sì disuguale conflitto, allorquando una freccia lanciata da invisibile mano trafisse quello tra' suoi avversarii che lo stringeano più da vicino; e quasi nel medesimo tempo una truppa d'arcieri condotti da Locksley e dall'eremita uscirono fuori del folto della selva, e piombando sugli assassini non tardarono a farne giustizia, stendendoli, quai morti, quai mortalmente feriti, sullo spianato.

Il cavaliere Nero nel ringraziare i suoi liberatori pose un tuono di dignità che non si saprebbe assai esprimere co' detti, e che nessuno avea dianzi osservato in lui, perchè fin qui sarebbesi piuttosto creduto esser egli soldato di ventura, ch'uomo insigne per eminente dignità.

«Amici, prima ch'io vi manifesti quant'è la mia gratitudine, mi rileva il sapere quai sono i nemici che m'assalirono in tal guisa senza essere provocati. Wamba, alza la visiera dell'elmo a quel Cavaliere Azzurro condottiero, siccome sembra, di cotesti sciagurati.»

Wamba corse tosto verso costui che, malmesso dalla caduta e imbarazzato sotto il cavallo, non potea nè fuggire nè far resistenza.

«Valoroso e cortese cavaliere» gli disse «concedetemi essere vostro valletto d'armi dopo essere stato vostro scudiere. Vi ho aiutato a scendere da cavallo, gli è giusto che vi spacci del vostro elmo.»

Così parlando, ne sciogliea senza molta cerimonia le coregge; laonde cadendogli il cimiero, lasciò vedere al cavalier Nero tai lineamenti che in quell'istante non si aspettava mai ravvisare.

«Waldemar Fitzurse» sclamò egli sorpreso. «E qual motivo potè condurre un uomo del tuo grado e del tuo legnaggio ad un simile atto di scelleratezza?»

«Riccardo» rispose il cavalier prigioniero, alzando alteramente gli occhi sopra di lui «tu non conosci gli uomini, se nol sai a quali delitti l'ambizione e la sete della vendetta può condurre i figli di Adamo.»