«Parliamo ora del dono che debbo chiedervi, e che non vi domanderò con minor confidenza, benchè voi protestiate contro la legittimità della mia dominazione. Chiedo da voi, se siete uom di parola e d'onore, che riconcediate il paterno vostro affetto al prode cavaliere Wilfrid d'Ivanhoe, a vostro figlio. Non mi negherete ch'io ho un interesse immediato a tale riconciliazione: la felicità cioè del mio amico e il desiderio di spegnere ogni argomento di discordia fra i fedeli miei sudditi.»

«Ed è egli che v'accompagna?» disse con tuono commosso Cedric.

«Padre mio! Padre mio!» sclamò Ivanhoe scoprendosi il volto, e gettandosi tosto a' suoi piedi «concedetemi il vostro perdono.»

«Figlio mio, tel concedo» rispose alzandolo da terra Cedric. «Il figlio di Everardo è schiavo della sua parola, quando anche l'abbia data ad un Normanno. Ma riprendi il vestire de' tuoi antenati: non voglio vedere abiti corti nè pennacchi alti, nè scarpe puntute nella mia casa. Chi vuol esser degno figlio di Cedric il Sassone dee mostrarsi degno de' Sassoni suoi antenati... Tu vuoi parlare, ma so anticipatamente quanto sei ora per dirmi. Lady Rowena dee portare per due anni il lutto di chi doveva esserle sposo. Saremmo indegni di tutti i Sassoni nostri maggiori, se prima di questo termine ella pensasse a dare un successore a colui che per nascita era solo degno della sua mano. L'ombra di Atelstano uscirebbe della propria tomba per proibirci di disonorare la sua memoria.»

Ultime parole che parve scongiurassero uno spettro. Appena Cedric le avea pronunziate, la porta della stanza si aperse, e fu veduto entrare Atelstano, coperto di un lenzuolo, pallido, cogli occhi smarriti, e simile veramente ad ombra che uscisse fuor del sepolcro.

Tale apparizione non mai preveduta produsse più che sorpresa sui tre spettatori. Cedric, compreso da terrore si tirò indietro fintantochè il muro non lo arrestò, e appoggiandosi ad esso com'uomo fuor di stato di reggersi, tenea gli occhi fisi sul volto del proprio amico, e parea posto nell'impossibilità di chiudere la bocca. Ivanhoe fece un segno di croce, e ripetè sommessamente una breve preghiera, intantochè Riccardo gridava in latino: «Conjuro te» e in buon francese giurava: «Mort de ma vie!»

In questo mezzo si udì un terribile fracasso per tutto il castello, e sino alla stanza ov'era entrato lo spettro pervennero le grida: «Impadronitevi di questa canaglia di frati. Gettateli entro d'una prigione! Precipitateli dall'alto delle muraglie.»

«Per il nome di Dio vivente!» sclamò Cedric addrizzandosi a questo che sembrava lo spettro del suo amico defunto; «se siete un uomo, parlate; e se siete uno spirito parlate tuttavia, e ditemi il perchè abbandonaste il soggiorno dei trapassati, e se v'è qualche cosa che possa far io onde assicurare il riposo della vostra anima.... Morto o vivo che siate, nobile Atelstano, parlate al vostro amico Cedric!»

«Ed è bene la mia intenzione di parlare» rispose con grande calma lo spettro; «ma io ho perduto il fiato, e voi non mi date il tempo di respirare. S'io son vivo! Certamente io son vivo, vale a dire quanto il possa essere un uomo che è vissuto di pane ed acqua tre giorni, tre giorni sembratimi tre secoli.... Sì, di pane e d'acqua! Per il Cielo e per tutti i santi che vi si trovano! niun altro nutrimento è passato per la mia gola nel durare di questi tre lunghissimi giorni, ed è un giuoco di Provvidenza ch'io mi trovi qui per narrarvelo.»

«Che ascolto? nobile Atelstano» disse Riccardo. «Vi ho veduto io medesimo riversato dal Templario nel cortile di Torquilstone, e Wamba trattenutosi in poca distanza da voi, ne ha raccontato, che vi avevano spaccata insino ai denti la testa.»