«Ebbene, ser cavaliere, voi avete mal veduto, e Wamba mentì. Grazie a Dio i miei denti sono in buon essere, e all'ora della cena vel proverò... Però se così è non è colpa del Templario, che non mancò di scaricarmi un colpo da olio santo; fortunatamente che la sciabola gli si voltò sotto la mano onde mi colse soltanto colla parte piatta di essa. Se avessi avuto il mio elmo, appena me ne sarei accorto, e gli avrei restituita la botta in modo da torgli ogni sete di proseguir nel cimento; ma colla testa coperta soltanto da un berrettone di seta caddi tramortito, benchè non avessi riportata alcuna ferita. Finalmente ricuperai l'uso dei sensi unicamente per vedermi entro una tomba... entro una tomba posta innanzi all'altar della chiesa del convento di sant'Edmondo, e che per buona fortuna era scoperta. Starnutai più d'una volta, gridai, stava in procinto di togliermi di lì, allorquando l'abate e il sacristano, spaventati dallo strepito ch'io facea, accorsero a me, attoniti e al certo malcontenti di trovar vivo quell'uomo di cui speravano essere eredi. Li chiesi di vino, che mi portarono, ma dopo avermi fatto aspettare, a quanto mi parve, un gran tempo; e convien dire che vi mescolassero una maladetta droga, perchè appena io ebbi bevuto m'addormentai, e mi trovai allo svegliarmi colle mani e coi piedi sì ben legati, che mi dolgono tutte le membra al sol ricordarmene, confinato entro una prigione umida e oscura ch'io credo fosse la prigione dai trabocchetti di questi maladettissimi frati. Io meditava fra me medesimo qual esser potesse la cagione di tutto quanto accadeami, allorchè udii stridere sui propri cardini la porta di quel carcere, ove entrarono due di cotesti mariuoli, i quali volevano persuadermi ch'io mi trovava nel purgatorio... Avrebbero detto meglio nell'inferno... Ma riconobbi la voce dell'abataccio. San Geremia! Egli mi parlava bene in tutt'altro tuono, quando alla mia tavola mi pregava che gli dessi una seconda fetta di lombo di capriolo! Vedete che scellerato! Avea pranzato con me tutti i giorni che trascorsero fra il Natale e le feste dell'Epifania!»
«Abbiate pazienza, nobile Atelstano» soggiunse Riccardo; «riprendete fiato; e raccontateci partitamente la vostra storia. In fede mia! ella è maravigliosa quanto un romanzo.»
«Sì; ma per la croce di Bromeholme non è che vera pur troppo. Un pane di orzo e una brocca d'acqua, eccovi tutto ciò che mi lasciarono que' cani, que' traditori! eglino che mio padre ed io abbiamo arricchiti allorquando non avevano altro modo di vivere fuorchè l'andare ad accarezzare i poveri servi di gleba per ottenerne alcune fette di lardo e qualche misura di grano, che pagavano con pater noster e con responsorii! Pane d'orzo e acqua ad un benefattore qual fui per essi! Ma gli arrostirò dentro la loro tana, dovessi indi essere scomunicato!»
«Oh in nome della santa Vergine! nobile Atelstano!» sclamò Cedric stringendo la man dell'amico «come fuggiste voi a questo rischio imminente? I cuori di costoro si lasciarono toccare da compassione?»
«I cuori di costoro!» ripetè Atelstano. «Le rupi si lasciano forse liquefare dal sole? Io sarei ancora là entro senza lo straordinario caso che ha messi questa mattina in moto quanti erano i frati del convento, tutti gareggianti, come ora ho scoperto, per venire a divorare il banchetto dei miei funerali, mentre i mascalzoni ben sapevano dove mi cacciarono sepolto vivo. Io ascoltava le campane e le salmodie di costoro, non dubitando mai che s'affaccendassero a pregare per la mia anima intantochè faceano morire di fame il mio corpo. Finalmente partirono, e rimasi lungo tempo senza che mi portassero nemmeno quel solito miserabile alimento. Nè era da maravigliarne. Perchè il sagristano gottoso, pensando ai proprii affari, s'era dimenticato de' miei. Giunse finalmente con passo vacillante, e sentii quando entrò un odore di vino e d'aromi che mi confortò l'animo. Gli è forza dire che il buon pasto avesse ammollito costui, perchè in vece del mio pane d'orzo mi lasciò una buona fetta di pasticcio, e un fiasco di vino prese il luogo della brocca d'acqua. Bevei quindi, mangiai, ripresi forze e coraggio, ed una languida luce che veniva dalla porta mi fe' scorgere come questa fosse unicamente socchiusa; perchè il sagristano, avea bensì dato con gran cura di catenaccio alla porta, e girata due volte la chiave, ma il cattivo stato della sua testa non gli lasciò comprendere che non avea raggiunti i due battitoi. Le quali circostanze misero in grande esercizio la mia immaginazione. I furfanti aveano bensì attaccato il mio corpo ad una catena di quel sotterraneo, la cui estremità stava murata nella parete, ma in quel maladetto luogo nemmeno il ferro potea restar ferro; laonde essendo tutta quanta corrosa dalla ruggine, arrivai con qualche sforzo ad infrangerla.»
«Nobile Atelstano» sì lo interruppe Riccardo «prima di continuare questa vostra lagrimevole storia, non vi gioverebbe il prendere qualche ristoro?»
«Fra buoni e cattivi ho fatti cinque pasti in tale giornata. Nondimeno una fetta di questo prosciutto, che mi sembra assai morbido, non mi nuocerebbe, e se vi piace tenermi compagnia...»
Così dicendo si avvicinò alla tavola, che vedeasi in mezzo della sala, imbandita d'ogni genere di reficiamenti. Empiè tosto un bicchiere di vino, ed avendo fatto altrettanto Cedric e gli altri due cavalieri, si bevè congiuntamente alla risurrezione dell'ospite, che continuò indi il racconto della sua storia. Erasi intanto accresciuto notabilmente il numero degli uditori; ed Editta giubilante, dopo dati nel castello gli ordini che la nuova apparizione del figlio suo rendea necessarii, avea già raggiunto il morto vivo nella sala assegnata agli stranieri, e la seguirono ivi tutti quelli che poterono capire in quel luogo. Il rimanente delle persone affollate lungo la scala ricevevano da chi trovavasi più vicino alla porta le notizie dell'avvenimento, che passando da labbro a labbro, si fecero a mano a mano più apocrife, e ad ogni gradino della scala medesima, colorandosi di nuove ingrandite particolarità, giunsero affatto adulterate al cortile.
«Rottasi la mia catena presso al muro» continuò Atelstano «dovetti trarmela dietro, salendo le scale con quella prestezza che può essere d'un uomo infiacchito da tre giorni di digiuno a pane ed acqua, e pervenni ad una stanza ove trovai il degno sagristano scordatosi a tavola con un grosso frate incappucciato, di larghe spalle, avvinazzato quanto basta, e il quale più che di frate avea l'aria di scorridore. Il lenzuolo, vestimento ch'io conservai, e lo strepito delle catene, divenute a me una spezie di coda, mi fecero credere non vi ha dubbio un abitante dell'altro mondo; perchè il frate straniero mi contemplò con bocca ed occhi spalancati, e fe' un gran segno di croce. Ma poichè vide ch'io rinversai il sagristano con un sonorissimo pugno, ei fece per menarmi un colpo col nodoso bastone che aveva a canto.»
«Ho capito; egli era frate Tuck, il nostro giocondo eremita» disse Riccardo ad Ivanhoe.