«Fosse il diavolo o un frate, poco mi importa. Per buona ventura costui non mi colse. Mi lanciai sopra il suo bastone, di cui non giudicò a proposito disputarmi il possesso, e scese le scale facendo a quattro a quattro i gradini per uscire, m'immagino, del convento. Anzichè perdere tempo ad inseguirlo, afferrai un mazzo di chiavi che il sagristano tenea presso di sè, e avendo trovata quella che apriva il lucchetto della mia catena, m'affrettai a spacciarmene. Mi sentiva il prurito di spaccare il cranio a quel furfante del mio carceriere, ma il rimembrarmi la fetta di pasticcio e la boccia di vino ch'ei mi regalò commosse l'animo mio e gli fe' salva la vita. Bevei in fretta alcuni bicchieri di vino, e lasciando costui steso sul pavimento, corsi alla scuderia, ove trovai un palafreno, certamente serbato all'onore d'essere cavalcatura dello scellerato abate di sant'Edmondo. Partii immantinente, prendendo di gran galoppo la strada di Coningsburgo, chè ciascuno fuggia nel vedermi, giudicandomi uno spettro, poichè per tema d'essere riconosciuto, e di ricadere nelle mani di questi frati assassini, ebbi l'avvertenza di avvolgermi con tutta accuratezza entro il mio lenzuolo. E credo per verità, che in tale acconciatura non m'avrebbero nè manco lasciato entrare nel mio proprio castello, se non m'avessero creduto il compagno d'un bagattelliere, che qui da basso ha la carica di far ridere la gente unitasi a piangere su i miei funerali. Si è pensato che tal mio abbigliamento fosse essenziale a qualche burlevole rappresentazione ideata dal ciarlatano. In somma, quasi furtivamente son giunto ad introdurmi sin qui, e prima di cercar voi, mio nobile amico» diss'egli a Cedric «non ho messo altro indugio che quanto voleasi ad abbracciar mia madre e a prendere alcun poco di cibo.»
«E voi mi trovate» disse Cedric «pronto a riassumere i nostri gloriosi divisamenti, pronto ad osare qualsisia cosa per l'onore e per la libertà. Al sorgere di domani gli è d'uopo darsi all'opera di liberare dalla schiavitù la stirpe de' Sassoni.»
«Non mi parlate di liberare nessuno; gli è assai che mi sia liberato io medesimo. Il solo glorioso divisamento che or m'appartiene è punire quello scellerato di abate. Voglio vederlo appiccato all'alto della torre di Coningsburgo in cocolla e cappuccio; e se è troppo grosso da non potere passar per la scala, lo farò issare fuor d'essa col soccorso d'una corda e d'una carrucola.»
«Ma, figlio mio» disse Editta «nè pensate al suo santo carattere?»
«Ma, madre mia!» rispose Atelstano «non pensate a tre giorni di digiuno che ho sofferto grazie a costoro? Debbono sino all'ultimo perir tutti. Frondeboeuf non si meritò così bene di essere arso vivo. Egli almeno mantenea buona tavola ai prigionieri, salvo il difetto che il suo cuoco metteva troppo aglio nelle pietanze. Ma questi ipocriti, questi ingrati, questi bricconi, che non finivano mai di farmi cerimonie alla mia tavola!... mettermi a pane ed acqua! Per l'anima d'Hengist, debbono tutti morire!»
«Ma il papa, mio nobile amico!» soggiungeva Cedric.
«Ma il diavolo, mio nobile amico!» ripeteva Atelstano. «Vi dico che devono morir tutti; dopo ciò non si parlerà più d'essi; e fossero anche i migliori frati del mondo, il mondo non camminerebbe peggio senza di loro.»
«Oibò! nobile Atelstano!» tornò a dire Cedric. «Dimenticate questi sgraziati, ora che una sì bella carriera di gloria vi si schiude dinanzi, e profittate dell'occasione che ha qui radunati intorno di voi tutti i capi Sassoni più ragguardevoli. Fate conoscere a questo principe Normanno, a Riccardo d'Angiò, che Cuor-di-Leone qual è, non quindi serberà la corona di Alfredo senza che gli sia disputata; non la serberà sintantochè viva un rampollo maschile del santo re Confessore.»
«Che ascolto?» Atelstano esclamò. «Questo cavaliere è il nobile re Riccardo?»
«Riccardo Plantageneto» disse Cedric; «ma non ho d'uopo dirvi ch'ei si è condotto liberamente e con fiducia fra noi; che per conseguenza è dover nostro non fargli ingiuria nè tenerlo qui prigioniere. Vi è noto quanto dovete al vostro ospite.»