Luca di Beaumanoir si arrendè a sì fatta considerazione, e n'ebbe assai contento Malvoisin, che prevedendo quanto sarebbe stato malagevole, e forse impossibile, l'indurre Bois-Guilbert a prestare sì fatto giuramento alla presenza di quella assemblea, inventò egli medesimo tal sotterfugio per evitare la necessità d'una cerimonia in cui vedea tanto rischio.

Poichè il Gran-Mastro ebbe chiarito che la formalità del giuramento era stata sufficientemente adempiuta, comandò ad un araldo d'armi facesse quanto era suo debito. Le trombe squillarono nuovamente, e l'araldo innoltrandosi in mezzo all'arringo sclamò ad alta voce: «Ascoltate! Ascoltate! Ascoltate! Ecco il cavaliere Brian di Bois-Guilbert, pronto a combattere all'ultimo sangue, di lancia e di spada, qualunque cavaliere di nobil sangue che vorrà assumere la difesa dell'ebrea Rebecca alla quale fu permessa l'appellazione al Giudizio di Dio. Se v'è tal cavaliere, il valoroso e reverendo Gran-Mastro qui presente gli concederà il giusto parteggiamento del sole e del vento e tutto quanto può assicurare l'uguaglianza dell'armi.» Le trombe squillarono una seconda volta, e un profondo silenzio regnò per alcuni minuti.

«Nessun campione si presenta a favore dell'appellante» disse Beaumanoir. «Araldo, andate a chiederle se aspetta qualcuno che assuma le sue difese.» L'araldo mosse ver lo scanno su di cui stava seduta Rebecca, e Bois-Guilbert, ad onta di tutte le rimostranze che Malvoisin e Montfichet gli presentarono, spronò il suo cavallo, e giunse presso la giovane ebrea nel tempo stesso che vi giunse l'araldo d'armi.

«Tal cosa è ella regolare?» chiese Malvoisin al Gran-Mastro. «È ella conforme alle leggi de' combattimenti giudiziarii?»

«Sì, Malvoisin;» rispose Beaumanoir. «In un'appellazione al Giudizio di Dio non si debbe impedire alle parti di avere comunicazione l'una coll'altra. Sì fatte combinazioni possono giovare a scoprire la verità.»

Intanto l'araldo si volse a Rebecca con questi accenti: «Ebrea, l'onorevole e reverendo Gran-Mastro chiede se tu sia presta ad offerire un campione che sostenga la tua causa, o se ti riconosci giustamente e legalmente condannata alla morte.»

«Dite al Gran-Mastro» rispose Rebecca «ch'io protesto d'essere innocente, ingiustamente condannata, e che non voglio rendermi colpevole io medesima della mia morte. Gli domando pertanto quell'indugio, che le leggi sue possono concedere, onde vedere se Dio, per cui nulla è il tempo, vorrà suscitarmi un liberatore, dopo di che sia fatta la sua volontà.»

L'araldo andò a portare al Gran-Mastro una tale risposta.

«A Dio non piaccia» soggiunse Beaumanoir «che alcuna persona, sia di religione pagana od ebrea, debba rimproverarmi mai d'ingiustizia. Fino a che l'ombra sia passata dall'occidente all'oriente, indugeremo tanto da vedere se si presenti o no verun campione a difendere questa femmina. Trascorso tale intervallo, ch'ella si prepari alla morte.»

Tornò l'araldo colla risposta del Gran-Mastro a Rebecca, la quale chinò sommessamente il capo, e sollevò gli occhi al cielo, tenendo incrocicchiate al petto le braccia, come per implorare dalla divinità quel soccorso che non potea omai più sperare dagli uomini. In tale istante le feriron l'orecchio gli accenti di Bois-Guilbert, e quantunque ei parlasse con voce affatto sommessa, questi le fecero assai più impressione di quanto le avea detto l'araldo.