Mandò un profondo sospiro Rowena, fattasi indi a chiedere il quando a un dipresso Ivanhoe avrebbe riveduto la patria, e se gravi pericoli gli sovrastavano durante il viaggio. Rispose il pellegrino non essere in suo potere il dare schiarimenti consentanei alla prima interrogazione, e quanto alla seconda, assicurò che non vi erano pericoli da temersi per chi tornando da Terra Santa tenea la strada di Venezia, di Genova, poscia della Francia. «Ivanhoe» aggiunse egli «conosce tanto bene la lingua e le usanze francesi che non corre alcun rischio nell'attraversare questo regno.»
«Piacesse a Dio» sclamò Rowena «ch'ei fosse giunto, e giunto in istato di portar l'armi nel torneo che sta per aprirsi, bell'arringo ai Cavalieri di questa terra per pompeggiare di lor destrezza e valore! Oh se mai Atelstano di Coningsburgo vi riportasse il premio, chi sa quali novelle, e a lui forse sgradevoli, riceverebbe Ivanhoe appena toccati i lidi della sua patria! Come stava egli l'ultima volta che lo vedeste? l'infermità ne aveva ella scemate le forze? Era egli molto cambiato?»
«Lo dicevano più smunto e fatto più bruno che non compariva allor quando giunse da Cipro col seguito di Riccardo. Diceasi parimente che gli si leggevano in fronte gli affanni del cuore; ma io vi narro quel che mi fu raccontato. Ivanhoe... non lo conosco.»
«Oh come temo che giunto alla sua terra non troverà molti motivi di sbandire il duol che lo preme! Vi son grata, buon pellegrino, d'avermi dati schiarimenti sul compagno di mia fanciullezza. Accostatevi» volgendosi alle ancelle «e offerite all'uom pio la bevanda del riposo, non voglio intertenerlo più lungamente.»
Elgitta presentò una tazza di vino condito di mele e droghe alla sua padrona, che prima a gustarne, la offerse indi al pellegrino, ed egli alcune stille ne bebbe.
«Accettate questa elemosina» gli disse «siccome un contrassegno del mio rispetto verso i luoghi santi che visitaste.»
Il pellegrino ricevè tal dono, salutando la donatrice con profonda umiltà, indi si ritrasse preceduto da Elgitta, che il ricondusse fino all'anticamera.
Ivi trovò Anwold, il quale prendendo la torcia di mano all'ancella, lo condusse con maggior fretta che cerimonie ad una parte di quell'edifizio pressochè diroccata, ed assegnata per alloggiarvi ai servi d'infimo grado, e agli ospiti di condizione più abbietta.
Giunti in un lungo e stretto corritoio, in cui era posto l'ingresso di molte picciole stanze o a dir meglio cellette, Anwold indicò al pellegrino quella che stavagli apparecchiata.
«In quale di queste stanze alloggia il Giudeo?» domandò il pellegrino.