«Quel cane di miscredente» rispose l'altro «alloggia nella stanza posta a sinistra della vostra. Per san Dunstano! converrà, cred'io, continuare un anno raspandola e stropicciandola prima che vi possa più alloggiare un Fedele.»

«E qual è la stanza di Gurth?»

«Del porcaiuolo? L'avete a mano diritta; che vi tocca esser linea di separazione fra un guardiano di porci ed un circonciso, scarto, com'io lo giudico, di tutte le dodici tribù d'Israele. Ben più onorevolmente vi avremmo collocato, se vi foste mostrato più compiacente all'invito di Osvaldo.»

«Sto benissimo così; nè la vicinanza d'un Ebreo può portarmi lordura a traverso una grossa parete di rovere.»

Dette tai cose entrò nella miserabile celletta indicatagli, e presa la torcia di mano al servo lo ringraziò augurandogli la buona notte. Indi spinta colle mani la porta, la quale, siccome tutte l'altre, non avea che un saliscendi per chiuderla, piantò la torcia entro un gran candeliere di legno, fattosi indi a riguardare intorno le suppellettili di quella stanza di riposo. Nè potevan queste essere più semplici, riducendosi ad uno sgabello di legno e ad un letticciuolo formato di tavole mal connesse, e giuncato di paglia fresca su cui erano distese alcune pelli di pecora che facevano l'ufizio di coperte.

Spenta la torcia il pellegrino, si gettò su questa verissima cuccia, senza spogliarsi di nessuna maniera, e dormì, o almeno vi rimase coricato, sintantochè i primi raggi dell'aurora s'introducessero nella stanza pei buchi d'una finestruccia fatta a grata, ed ottima per condurre il fresco e la luce ad un tempo. Si alzò in allora, e recitata la preghiera del mattino, uscì di quella stanza, ed entrò senza fare strepito, ed alzandone con cautela il saliscendi, nella contigua dell'Ebreo.

Sdraiato costui sopra un letticciuolo simile affatto a quello del pellegrino, dormiva inquietissimo sonno, tenendosi sotto la testa quella parte di vestimenta da lui spogliate, meno per valersene a guisa di capezzale che per tema di vederle al suo destarsi sparite. Gli si leggea il turbamento sulla fronte, ed agitava le mani come uom che lotti coll'incubo. Faceva esclamazioni ora in ebraico, ora nel novello idioma mescolato d'inglese e di normanno, in mezzo al quale guazzabuglio il pellegrino potè raccapezzare tai detti: «In nome del Dio d'Abramo, risparmiate un miserabil vecchio! Non ho un solo shekel al mondo! Potreste anche mettermi in quarti, nè per ciò avrei modo di soddisfarvi.»

Il pellegrino, senza aspettare che la visione dell'Ebreo fosse finita, gli diede una spinta col bordone per risvegliarlo, il quale scotimento ruvido anzichè no, e la presenza, allora inaspettata d'un uomo, gli fe' credere di continuare ancora in un sonno che a lui parea cosa vera. Rizzatosi dal letto a metà, e sollevandosegli ad un ad uno sul capo i grigi capelli, afferrò le vestimenta, che si tenea strette fra le mani con quell'ardore onde un falco ghermisce cogli artigli la preda, indi con quegli occhi vivacissimi, in cui terrore e sorpresa stavano impressi, diedesi a guardar fiso l'uom sopraggiunto.

«Non temete, Isacco, d'alcuna cosa. Io qui venni qual vostro amico.»

«Il buon Dio d'Israele ve ne rimeriti!» disse l'Ebreo che allora soltanto incominciò a respirare. «Mi parea... ah! lodato sia Abramo! Non era che un sogno. Ma voi..... che affari potete aver voi sì di buon'ora con un povero Ebreo?»