3. Allorchè i tenitori aveano compiuto il loro voto rompendo ciascuno cinque lancie, il Principe doveva acclamare il vincitore del primo dì del torneo, e riceveva per premio un cavallo da guerra di singolare bellezza. In questa circostanza venne notificato, che oltre a tal ricompensa del suo valore egli avrebbe parimente il diritto di nominare la Regina della Bellezza e degli Amori, la quale poi aggiudicherebbe a chi dovesse spettare il premio del dì successivo.

4. Tal secondo giorno veniva assegnato ad un combattimento generale cui poteano prender parte tutti i cavalieri che lo avessero desiderato, e questi divisi in due bande eguali, avrebbero lottato sintantochè il principe Giovanni ordinasse il termine della Giostra col gettar nell'arena il suo baston del comando. Toccava indi alla Regina della Bellezza e degli Amori porre una corona d'oro, foggiata a foglie d'alloro, sul capo del cavaliere che il principe era per acclamar vincitore nel secondo cimento. Questa giornata ponea termine ai giuochi cavallereschi.

La terza veniva unicamente consacrata alla giostra dell'arco, a un combattimento di tori, e ad altre ricreazioni, fatte soprattutto pel volgo. Per simili modi il principe Giovanni cercava assicurarsi un'aura popolare che in vece gli sminuivano ogni giorno gli atti i più arbitrarii ed oppressivi.

Brillantissimo spettacolo quella lizza allor presentava. Le logge superiori venivano abbellite da quanto l'Inghilterra offeriva di ragguardevole per nobiltà, grandezza, dovizia e avvenenza; ed il confronto degli abiti di tal prima classe di spettatori con quegli altri crescea la maestà ed il diletto di quella vista. Le logge inferiori ove stavano i borghesi e molto numero d'arcieri, tutti vestiti de' loro abiti da comparsa sembravano elegante guarnizione posta all'orlo di sfarzosa veste, ed atta a farne spiccare lo splendore.

Allorchè gli araldi d'armi ebbero terminato di leggere quel bando gridarono come d'uso: larghezza, larghezza, prodi cavalieri! e una pioggia di monete d'oro e d'argento cadea sovr'essi dalla cima di quelle logge, perchè lo spirito di cavalleria si faceva una legge d'onore pompeggiando in liberalità verso coloro che si riguardavano come incaricati d'assicurare il buon ordine di quelle imprese guerriere, e di consecrarne la ricordanza. Dopo avere ricevuta questa testimonianza di generosità de' ragguardevoli inglesi, gli araldi passarono all'altre consuete esclamazioni: Amore alle dame! onore ai generosi! gloria ai prodi! Le medesime grida rintronava il popolo dalla cima delle colline, e molte trombe vi aggiugnevano il fragore de' loro squilli guerreschi. Gli araldi d'armi uscirono indi dello steccato, non rimanendovi che i due marescialli del torneo, che a cavallo e armati di tutto punto stavano immobili siccome statue, ciascuno ad un'estremità dell'arena. Intanto lo spazio assegnato agli assalitori ringorgava di cavalieri ardenti della brama di venire a prova coi tenitori, e a chi gli osservava dall'alto delle logge presentavano l'immagine d'un mare agitato, su cui vedeansi ondeggiare pennacchi, brillanti elmetti, e spade e lancie, alle quali vedeansi spesso attaccate picciole banderuole che sventolando di consueto coi pennacchi, animavano vie più quella scena.

Si aprirono finalmente i cancelli, e cinque cavalieri scelti dalla sorte a lenti passi innoltraronsi nell'arena; uno dei quali marciava primo, gli altri il seguivano, tutti splendidamente armati. Il codice da cui trassi tali particolarità descrive con tutta esattezza, e senza omettere veruna circostanza i colori, le imprese, l'armi de' campioni. Ma non crediamo utile il fermarci di soverchio su questo argomento, perchè per valerci de' versi d'un poeta nostro contemporaneo, che si spacciò dallo scriverne troppe cose:

«Son polve or sol que' cavalier cotanti;

«E ruggine feral ne rose i brandi.

«Possan l'anime lor starsi co' santi!»

Già il tempo ha fatto cadere dalle muraglie de' loro castelli gli scudi che vi stavano appesi, e questi castelli medesimi son diroccati; appena può indicarsene il sito, e più d'una schiatta disparve a sua volta dai luoghi, ove la feudale tirannide fece sue prove. Qual uopo ha dunque il leggitore di conoscere tutti i nomi, tutti i simboli ecclissati d'una gloria che si dissipò?