Ma nel tempo di cui favelliamo, i nostri cinque campioni che non prevedevano questa dimenticanza in cui cadrebbero avvolti i loro nomi e le geste loro, si avanzavano nell'arringo rattenendo gli ardenti corridori e costringendoli andar di passo. In questo mezzo, l'armonia di una musica orientale udissi dalla parte posteriore delle tende sotto cui stavano i tenitori del torneo; la quale armonia produceano e cembali, e diversi strumenti fin allora sconosciuti in Europa, che i crociati avean portati seco da Terra Santa. Que' concerti barbarici pareano ad un tempo e disfida degli assalitori, e congratulazioni del loro arrivo. Gli sguardi d'ognuno si teneano fermi ed immoti su i cinque campioni, che saliti sul pianerottolo ov'erano dirizzate le tende, si disgiunsero, solleciti ognun di essi di percuotere col legno della sua lancia lo scudo dell'antagonista, col quale intendea venire a tenzone. La maggior parte delle classi inferiori, alcuni anco delle superiori, e vuolsi perfino qualche matrona, videro con dispiacere che l'armi cortesi fosser prescelte; poichè quegli stessi che fra noi oggidì si dilettano delle tragedie, quanto più sono atroci[13], trovano vezzo in un torneo a proporzione de' rischi affrontati dai personaggi della giostra.

Dopo che gli assalitori ebbero date a conoscere tal loro intenzioni, più pacifiche di quanto la maggiorità le avrebbe volute, si ritrassero all'altra estremità della lizza, ed ivi ordinati in linea ristettero, per dar tempo ai tenitori di abbandonare le proprie tende e mettersi a cavallo. Marciando primo fra questi Brian di Bois-Guilbert, scesero dal pianerottolo, ponendosi in atto di rispondere alla disfida che a ciascun d'essi era stata intimata.

A suon di trombe e di chiarine si lanciarono di gran galoppo gli uni contro degli altri, e tal fu la prevalenza in destrezza, o la buona sorte de' tenitori, che gli antagonisti di Bois-Guilbert, di Malvoisin e di Frondeboeuf votaron gli arcioni. L'emulo di Glentmesnil, anzichè indirigere la sua lancia contro l'elmo o lo scudo dell'avversario, deviò siffattamente dalla mira diritta, che ruppe a vuoto la stessa lancia: circostanza che avessi per più obbrobriosa dell'essere scavalcato, perchè in tale sventura poteva aver parte la sfortuna, ma l'abbaglio del primo genere era da accagionarsi unicamente a goffaggine, e a poca perizia nel maneggio dell'armi. Il quinto assalitore fu il solo che sostenesse l'onore della sua parte; egli e il cavaliere di S. Giovanni, ruppero entrambi la loro lancia, separatisi indi senza che il vantaggio fosse dell'un piuttosto o dell'altro.

Le grida del popolo, le acclamazioni degli araldi, il suon delle trombe annunziarono il trionfo de' vincitori, la disfatta de' vinti. I primi si ritirarono sotto le proprie tende; gli altri confusi e umiliati uscirono dall'arringo per negoziare coi loro antagonisti il riscatto dell'armi e de' cavalli, che giusta i regolamenti del torneo, appartenevano ai vincitori. Il quinto assalitore solamente dimorò brevi istanti nell'arena a raccogliere gli applausi degli spettatori, il che divenne maggior mortificazione ai suoi colleghi sconfitti.

Una seconda ed una terza banda d'assalitori successivamente comparvero in lizza, e benchè alcuni d'essi avessero il vantaggio, la vittoria in generale fu pei tenitori, de' quali un solo non perdè sella, sventura cui ne' tre scontri non evitò mai qualcuno degli assalitori. Costanza di buon successo in quanto a' primi, che rallentò non poco l'ardor de' secondi. Laonde quando fu l'ora del quarto cimento, tre assalitori soltanto mostraronsi nella lizza, ed evitarono nella disfida di toccar gli scudi de' due tenitori reputati i più formidabili, cioè di Bois-Guilbert e di Frondeboeuf, limitandosi ad aver tenzone coi tre altri soltanto. Ma meglio non tornò ad essi da tal politico stratagemma, perchè due caddero da cavallo, il terzo mancò la posta; vale a dire la sua lancia, perdendo la mira diritta, non giunse a toccar l'avversario.

Una lunga pausa succedè al quarto scontro; nè parendo che alcun cavalier fosse voglioso d'entrar oltre in arringo, un sordo bisbiglio fe' manifesto lo scontento della maggior parte degli spettatori, perchè i tenitori non erano in favor presso il pubblico. Bois-Guilbert e Frondeboeuf si erano conciliato odio per l'indole loro altiera e tirannica; niun si curava degli altri perchè stranieri, se si eccettui Glentmesnil.

Il dispiacere adunque era pressochè generale; ma niuno il sentiva con maggior forza di Cedric il Sassone, che in ogni vantaggio riportato dai Normanni, tenitori del torneo, scorgeva un obbrobrio dell'Inghilterra. Ben egli in molti incontri avea date prove di valore, ma unicamente usando l'armi solite a maneggiarsi da' suoi maggiori; nè conoscea poi di sorte alcuna la scienza delle giostre cavalleresche. Laonde a quando a quando lanciava inquiete occhiate sopra Atelstano, segnalatosi qualche volta in tal genere di lotte, e parea volesse con queste occhiate esprimergli il desiderio di vedergli operare uno sforzo per istrappar la vittoria di mano al Templario ed a' suoi colleghi. Ma comunque il discendente de' re Sassoni non mancasse di coraggio, nè tampoco di vigore e di robustezza, troppa era in esso l'indolenza e poca l'ambizione, onde indurlo sì presto all'atto di prodezza, che Cedric mostrava aspettarsi da lui.

«Mio nobile vicino» gli disse finalmente Cedric «la fortuna in tal momento non si palesa favorevole all'Inghilterra. La vostra lancia si terrà inoperosa quest'oggi?»

«Credo meglio aspettare a domani» rispose Atelstano «combatterò nella mischia. Quanto a impugnar l'armi quest'oggi, non ne vedo il prezzo dell'opera.»

Due cose spiacquero altissimamente in tale discorso a Cedric: la voce normanna mischia, usatasi da Atelstano, e cotanta indifferenza ch'ei mostrava per l'onore del suo paese; ma avea in troppa venerazione il regal sangue da cui discendeva il suo amico per osar rampognarnelo. Nè avrebbe avuto il tempo di farlo, perchè subito dopo le ultime parole di Atelstano, Wamba con una delle sue esclamazioni ruppe ogni parola che Cedric avesse voluto profferire.