Nel medesimo tempo arrivò Cedric il Sassone insieme a lady Rowena, nè con essi era Atelstano, che armatosi di pesante corazza avea preso luogo fra i combattenti, e quel che fe' trasecolare Cedric, l'avea preso tra i partigiani del Templario. Ben il Sassone rampognò di tale scelta l'amico suo, ma inutili furono le rimostranze, e questi si scusò con quelle vaghe risposte, di cui si valgono per l'ordinario tutti coloro, che ostinati in voler fare una cosa sol perchè l'hanno così risoluta, non trovano poi veruna ragione plausibile a giustificarla.
Se non plausibile per altro, una ragione aveva avuta Atelstano per mettersi sotto lo stendardo di Brian di Bois-Guilbert, ma fu assai prudente per non parteciparla ad alcuno. Benchè l'indole sua neghittosa per natura lo avesse rattenuto dalle dimostrazioni che sarebbersi addette a chi aspirava al favore di lady Rowena, egli era tutt'altro che indifferente ai vezzi della medesima, anzi si tenea certo di divenirle sposo, e perchè n'avea ottenuto l'assenso da Cedric, e perchè tal nodo piaceva a tutti quegli amici ai quali la stessa Rowena potea chieder consiglio. A fatica quindi celò il proprio rincrescimento in veggendo il dì innanzi, che il vincitore, usando del privilegio concedutogli dai patti di quella giostra, acclamò Regina della Beltà e degli Amori Rowena. Vago adunque era di punire chi si mostrò parziale alla donna, la cui mano esso agognava, oltrechè molto fidavasi nella prodigiosa sua forza, e nelle lusinghe dei suoi adulatori, che persuadevano Atelstano niuno esservi più atto di lui a riportare il premio del torneo. Indi fu che questo pretendente di Rowena venne nella deliberazione non solamente di negare il soccorso del suo braccio al cavaliere Diseredato, ma di fargli sentire, se l'occasione il permettea, quanto la propria lancia valesse.
Bracy, e molt'altri cavalieri partenenti al corteggio del principe Giovanni posti eransi fra i tenitori, perchè così volle il loro padrone, sollecito di non trascurare alcun modo possibilmente opportuno ad assicurare vittoria alla parte cui Bois-Guilbert comandava. Contra questa però si chiarirono molt'altri cavalieri così inglesi, come normanni, e con tanto maggior entusiasmo che gl'inorgogliva il combattere sotto il vessillo di tal prode campione qual si mostrò il cavaliere Diseredato.
Non appena il principe Giovanni vide giugnere la donna cui si aspettava l'essere in quel giorno Regina, le mosse incontro con quell'aria di cortesia ch'ei sapea ostentare a sua voglia, e levandosi dal capo il ricco suo berrettone, saltò a terra offerendo la propria mano a lady Rowena per aiutarla a scendere dal suo palafreno, al quale un de' cortegiani dello stesso Principe teneva la briglia. Intanto gli altri cavalieri si avvicinavano, studiosi di porgere i loro omaggi alla novella Regina.
«Siamo i primi» disse il Principe «a dar l'esempio del rispetto dovuto da ognuno alla Regina della Beltà e degli Amori, e affrettiamci di guidarla al trono serbatole in questo giorno. Signore» aggiunse volgendosi alle matrone «accompagnate la vostra Regina, e tributatele quegli onori, che voi parimente riceverete a vostra volta.»
Nel profferir tali accenti il Principe condusse lady Rowena alla sede d'onore preparatele rimpetto al trono, intantochè le matrone, più distinte per nascita e per avvenenza, gareggiavano nel farsele attorno e corteggiarla.
Sedutasi lady Rowena, l'aere rintronò di militare armonia, cui s'aggiugneano le acclamazioni della moltitudine. I raggi del sole, giunto allora al massimo del suo splendore, venian ripercossi dall'armi dei cavalieri, le cui bande poste alle due estremità dell'arena circondavano ciascuna i lor capi, e concertavano su la maniera di ordinare le loro linee e di sostenere l'assalto.
Gli araldi d'armi allora imposer silenzio quanto fu d'uopo ad udire la lettura de' regolamenti pel torneo. Erano questi in parte intesi a diminuire nel più possibile modo i pericoli della giostra, cautela ivi più necessaria, perchè si faceva uso di corte spade e di lancie puntute.
Era libero ad ogni cavaliere il valersi d'una mazza, o d'una picozza di punta e taglio, non così del pugnale, arme formalmente proibita in quel conflitto. Un cavaliere gettato da cavallo potea rinnovare il battimento a piedi con un dei campioni, cui la stessa sventura fosse accaduta, ned era in allora lecito ad alcun guerriero a cavallo l'assalire il pedone. Se un cavaliere, spinto fino all'estremità dell'arena dal suo competitore, giugneva a toccare o coll'armi o col corpo il palizzato dovea darsi per vinto, e ritrarsi dalla pugna, divenendo in arbitrio del vincitore il cavallo e l'armi del perditore. Se un cavaliere rovesciato non era più in istato di rialzarsi, il suo scudiere o il suo paggio potevano entrar nell'arena e trarne fuori il loro padrone, ma questi tenuto vinto perdea parimente l'armi e il cavallo. La lotta aveasi per terminata tostochè il principe Giovanni gittava il suo bastone del comando in mezzo all'arena; providenza intesa a risparmiare lo spargimento del sangue, allorchè manifesto ed inevitabile mostravasi per una delle due parti il trionfo.
Ogni cavaliere che violasse i regolamenti del torneo, o mancasse in qualsisia modo alle leggi della cavalleria, poteva essere, in punizione di sua sleale condotta, obbligato a spogliar l'armi e a sedersi ai cancelli dello steccato, esposto così alle pubbliche risate. Dopo avere promulgati sì fatti regolamenti, gli araldi d'armi terminarono esortando tutti i buoni cavalieri a fare il loro dovere, e a meritarsi il favore della Regina della Beltà e degli Amori; indi si ritirarono prendendo il luogo che loro spettava.