I cavalieri si avanzarono lentamente dalle due estremità dell'arena, schieratisi in doppia fila, e gli uni appuntino rimpetto agli altri. Il capo di ciascuna banda dovea starsi nel mezzo della fila d'avanti, ma niun de' due vi si collocò se non se dopo avere passata in rassegna la sua brigata, ed assegnato a ciascuno il posto che gli competea.

Offeriva uno spettacolo maestoso ad un tempo e terribile la vista di tanti prodi guerrieri vestiti di ricche armature, e a cavallo di superbi corridori, preparati ad una lotta spesse volte micidiale, e seduti su guerresche selle, che sarebbersi detti pilastri d'acciaio, impazienti d'udire il segnal della pugna quanto impazienti se ne mostravano i lor focosi cavalli, che nitrivano e raspavano colle zampe l'arena.

I cavalieri teneano diritte le loro lancie, e intanto il sole ne facea sfolgorare le brunite punte, mentre le banderuole di cui andavano ornate, ondeggiando al di sopra de' pennacchi, facean bell'ombra sugli elmi de' combattenti. In tal postura rimasero per dar tempo al marescialli del torneo di trascorrere le file, il che questi eseguivano col massimo scrupolo onde accertarsi che una parte non fosse più numerosa dell'altra. Poichè riconobbero che il numero de' combattenti era eguale da tutte due le bande, si ritrassero dall'arena. Allora William di Wyvil gridò con voce di tuono: «Lasciate andare» chè questo era il segnale. Nel tempo stesso squillaron le trombe, e i cavalieri, abbassate le lancie, le posero in resta: si mossero ad un tratto le bande, e le due prime file d'ognuna d'esse galoppando fecero impeto l'una sull'altra, e l'aria rotta al primo scontrarsi loro in mezzo all'arena ne portò il fragore oltre alla distanza d'un miglio.

Nel durare d'alcuni istanti gli spettatori inquieti non poterono discernere qual fosse stato l'esito del primo assalto, perchè nubi di polve sollevate dallo scalpitar de' cavalli offuscavano l'aere, ma queste si dissiparono in pochi minuti; e non appena lasciarono scorgere i combattenti, fu visto che da ciascuna banda la metà de' cavalieri era già scavalcata, quai vinti dall'abilità e dalla maestria, quai dalla forza dei loro competitori. Alcuni miravansi stesi per terra in uno stato sì deplorabile, da creder fino impossibile che più potessero rialzarsi, altri risorti in piedi, tornavano a caricarsi su i loro avversari venuti in egual condizione. Due o tre che aveano ricevute profonde ferite, valendosi delle proprie ciarpe ad asciugare il sangue, faceano sforzi per togliersi dalla mischia. Quelli fra i cavalieri che poterono senza votar l'arcione sostenere l'impeto nemico, avendo per la maggior parte rotte le lancie, brandivan le spade, e mettendo il grido di guerra si assalivano, e s'avventavano gli uni agli altri con tal accanimento, come se dall'esito del conflitto fossero dipendute le loro vite.

Crebbe tantosto il tumulto perchè da ambo i lati, le seconde file tenute fin lì a riserbo si lanciarono nella mischia per soccorrere ciascuna la parte propria. Gli amici di Brian di Bois-Guilbert sclamavano tutt'insieme. Ah! Beauséant! Beauséant![16] Pel Tempio! Pel Tempio! E rispondea la fazione opposta Desdichado! Desdichado! grido di guerra suggeritole dall'impresa che ella avea letto sullo scudo del proprio duce.

Eguale entusiasmo animava entrambe le schiere, entusiasmo spinto al furore. Incerta si pendea quella pugna che gli era impossibile il presagir tuttavia chi fosse per essere vincitore. Lo scricchiolar dell'armi, il gridare de' guerrieri, cui s'univa lo squillar delle trombe, coprivano i gemiti de' soggiacenti, che privi di conoscenza si avvoltavano sotto i piedi de' lor cavalli. Quelle armature dianzi sì fulgide, imbrattate di polve e di sangue, andavano in ischeggie sotto i reiterati colpi delle picozze di punta e taglio. Le candide piume che ornavano i cimieri cadevano d'ogni banda siccome falde di neve. Scomparso quindi tutto lo splendore e la grazia che prima ammiravansi in quelle militari vestimenta, non rimanevano che prospettive atte ad inspirare e terrore e pietà.

Pure tal è la forza della consuetudine, che non solamente il popolo, per natura inclinato alle scene d'orrore, ma le stesse matrone che empievano le logge, vedeano la pugna, non diremo già senza esserne commosse, ma certamente senza che le prendesse l'idea di volger gli occhi altrove da una scena sì disgustosa. Non negherassi che alcuna volta le guance della beltà impallidirono, e pur s'udì qualche gemito femminile sul caso d'un amante, d'un fratello, d'uno sposo, feriti o lanciati nella polve. Ma generalmente parlando le matrone incoraggiavano i campioni non solamente col battere palma a palma, ma col mandar grida: «Brava lancia! buona spada!» ogni qual volta vedeano un cavaliere segnalarsi per atti d'ardimento o prodezza.

Se tanta vaghezza delle sanguinolente giostre il bel sesso mostrava, ognun s'immagina quanto gli uomini ne fossero dilettati. Il qual sentimento manifestavano con romorose acclamazioni, ogni qual volta la fortuna parea chiarirsi in segnalata guisa per una delle due parti, e gli sguardi della moltitudine erano sì fisamente conversi all'arena, che sarebbesi detto menar ella o ricevere i colpi di cui soltanto stavasi spettatrice. S'udivano fra ciascuna pausa le voci degli araldi d'armi esclamanti: «Coraggio, prodi cavalieri! l'uom muore, ma vive la gloria. Coraggio! la morte è da preferirsi alla disfatta. Coraggio, prodi cavalieri! gli occhi della beltà vi contemplano.»

Infra le vicissitudini di tal pugna ogni sguardo cercava scoprire i capi di ciascuna banda, i quali, lanciandosi ove fervea più forte la zuffa, coll'esempio e colla voce incoraggiavano i lor compagni. Per valore entrambi spiccavano, e appena eravi nelle file opposte un sol combattente con cui non si fossero cimentati. Mossi da scambievol rancore, e consapevoli che la rotta d'uno fra essi avrebbe indubitatamente risoluto l'esito della pugna, tentarono molte volte unirsi a singolare certame. Ma vano facean tale sforzo la confusione e la folla, onde accadea sempre che li separavano l'un dall'altro nuovi cavalieri, ardenti di sperimentare le proprie armi contra il duce della fazione avversaria.

Finalmente costretti gli uni dopo gli altri a confessarsi vinti, ritirandosi all'estremità dell'arena, e molti per le ferite non essendo in istato di continuar nella zuffa, il numero de' combattenti fu diminuito d'assai; ed in allora il Templario e il cavaliere Diseredato si trovarono e fecero l'un sopra l'altro tal furioso impeto, quale odio inviperito congiunto a sete di gloria poteva inspirare. Tanta si fu la maestria d'entrambi negli assalti e nelle difese, che gli spettatori fecero eccheggiare il ricinto d'unanimi e involontari applausi, figli dell'ammirazione e della sorpresa.