«E' non è veramente offerirmi buoni patti, o gran Principe, il volermi obbligare a misurar le mie forze coi migliori arcieri delle contee di Stafford e di Leicester, sotto pena di provare indegnissimo trattamento se rimango al di sotto. Nondimeno sia fatta la volontà della Grazia vostra!»

«Guardie, vegliate sopra di lui» disse allora Giovanni «vedo che il coraggio gli manca, ma non voglio ch'ei possa evitare il cimento, al quale è mia mente ch'egli soggiaccia. E voi, miei amici, coraggio, sostenete da pari vostri la vostra rinomanza. Per mio ordine stanno imbanditi nella tenda vicina i reficiamenti da dispensarvi dopo riportato il premio.»

Era il bersaglio uno scudo posto in fondo a quel viale che dalla parte d'ostro conduceva al torneo. Fra questo bersaglio e il luogo d'onde gli arcieri doveano mirare, venne lasciata una sì considerabile distanza che sarebbesi detto il solo caso poterne indirigere le saette. La sorte decise quali arcieri doveano a mano a mano succedersi nel lanciare le loro tre frecce; che ciascuno dovea scoccar l'arco tre volte. Presedeva al buon ordine di quella palestra un ufiziale di classe inferiore, detto Inspettore de' giuochi; poichè i marescialli del torneo avrebbero avuto siccome invilimento di lor dignità il regolare gli apparecchi d'un sì vulgar passatempo.

Gli arcieri avanzatisi un dopo l'altro, lanciarono le loro frecce con prontezza uguale alla maestria, e di ventiquattro che successivamente scoccarono, dieci aggiunsero la mira, le altre le andarono sì da presso, che avuto riguardo a quella distanza, tutti i saettatori si meritarono encomii. Ma chi ogn'altro superò in tal cimento fu Uberto, il boscaiuolo di Malvoisin, poichè due frecce partite dal suo arco si conficcarono nel cerchio disegnato in mezzo al bersaglio; e fu quindi acclamato vincitore.

«Ebbene! Locksley» disse il Principe all'arciere, ch'ei volea umiliare «ti senti ora in voglia di venire a prova con Uberto, o ti chiamerai vinto rimettendo arco e frecce all'inspettore de' giuochi?»

«Poichè dunque non v'è altra via di levarsi d'impaccio» rispose Locksley «tenterò la fortuna, purchè, quando avrò mandate due frecce al bersaglio che mi verrà additato da Uberto, egli ne indirizzi una a quel bersaglio che a mia volta gli mostrerò.»

«Nulla avvi di più giusto» rispose il Principe «e acconsento a quel che mi chiedi. Uberto, se tu porti vittoria su questo millantatore, io colmerò di monete d'argento il corno da caccia assegnato al vincitore.»

«L'uomo non può fare che quanto può» rispose Uberto «ma il mio bisavolo lanciò ad Hastings tal freccia che gli fruttò molto onore. Spero non mostrarmi indegno d'essergli pronipote.»

Allora venne cambiato lo scudo che fu primo bersaglio, ponendone in sua vece un nuovo egualmente grande. Uberto, che qual vincitore nell'altro cimento avea il diritto del primo tiro, impiegò assai tempo nel fissare la mira e nel misurare la distanza, tenendo intanto fra le mani l'arco ricurvo e la freccia collocata sulla corda. Finalmente, fatto un passo avanti, alzò l'arco sintantochè la metà di esso gli fosse parallela alla guancia, poi ritrasse con forza la corda verso il proprio orecchio. Scoccò fischiando la freccia, conficcandosi nel cerchio descritto in mezzo allo scudo, ma senza toccarne esattamente il centro.

«Voi non metteste attenzione al vento, o Uberto» gli si volse il suo competitore, che in ciò dire tendeva il proprio arco «altrimenti avreste fatto tiro migliore.»