I provveditori della casa principesca, che in tali occasioni godeano d'una sovrana autorità, fecero man bassa in quei dintorni per procacciarsi qualunque cosa potesse far bella mostra alla mensa del lor padrone. Parecchi inviti erano stati fatti, e più che mai abbisognante in quei giorni di cattivarsi favore da tutti, il principe Giovanni, estese cotali inviti non solamente alle famiglie normanne stanziate in Ashby o nelle vicinanze di questa città, ma alle più reputate fra le sassoni e le danesi. Comunque spregiati nelle circostanze ordinarie, gli Anglo-Sassoni erano troppo numerosi per non rendersi formidabili se avessero preso parte nelle civili sommosse, delle quali parea imminente lo scoppio; onde ogni buona ragione di politica consigliava l'amicarsene i capi.
Tutti sì fatti riguardi il Principe avea ponderati, venuto quindi nella ferma deliberazione di usare a questi ospiti, che spesso non vedeva alla sua mensa, ogni sorte di compitezze e cortesie, a cui dinanzi non gli avea per vero dire avvezzati. E certamente ei possedea sovra ogni altro l'ingegno di sagrificare all'interesse la propria opinione, e di fingere sentimenti che non provava; ma per sua sfortuna la leggerezza e la petulanza, ingenite in lui, o più presto o più tardi scoppiavano, e gli toglievano il frutto che avrebbe potuto ritrarre da adoperata dissimulazione.
Ei diede un saggio di tal leggerezza, o piuttosto straordinaria demenza, allorchè il padre suo, Enrico II, lo inviò nell'Irlanda per conciliarsi l'affetto degli abitanti di quel reame, incorporato testè coll'Inghilterra. I capi Irlandesi s'affrettarono di movere incontro al giovane Principe per fargli omaggio e offerirgli l'amplesso di pace. Ma anzichè accoglierli colle addicevoli dimostrazioni di benevolenza, il principe Giovanni, nè meno matti di lui i suoi cortigiani, non seppero resistere alla tentazione di tirare per le lunghe lor barbe que' magnati, la qual condotta gli è inutile il soggiungere quanta indignazione eccitasse negl'Irlandesi. Citammo simile esempio, onde il leggitore possa di per sè stesso farsi un'idea dell'indole di Giovanni e delle sue continue imprudenze, nè quindi maravigliar del contegno che gli vedrà serbare co' novelli suoi ospiti.
Consentaneo per allora ai propositi fatti a sè stesso, il principe ricevè Cedric e Atelstano con riguardo il più segnalato, e quando il primo d'essi fece le scuse di lady Rowena, che adducendo qualche incomodo di salute si era esentata dall'accettar quell'invito, Giovanni non pose acerbità nel manifestarne il proprio rincrescimento. Cedric e Atelstano erano entrambi vestiti all'usanza degli antichi Sassoni, abito non ridicolo di per sè stesso, pur diverso tanto da quello degli altri convitati, che il principe Giovanni si diede poscia gran merito presso Waldemar Fitzurse per aver saputo contenersi da un improvviso scroscio di risa alla vista di quell'aggiustamento, fatto bizzarro dal confronto delle costumanze d'allora.
E per vero dire ad occhi sol guidati dalla ragione, la breve tonaca e il lungo mantello de' Sassoni dovevano apparire vesti più leggiadre, e soprattutto più comode assai, che non quelle lunghe giubbe normanne, larghe sì che sembravano zimarre da carrettai, e quelle cortissime mantelline, che non difendendo nè dal freddo nè dalla pioggia, chi le portava, fatte non sembravano ad altro se non se a mettere in mostra tutte le pelliccerie ed i ricami che l'arte d'un sartore potea sovr'esse adunare; usanza di cui lo stesso imperatore Carlo Magno ravvisò i molti inconvenienti. «A che giovano» ei dicea «questi tabarri sì corti? A letto! Non son neanche buoni a coprirci. A cavallo! non ci riparano nè dal vento nè dall'acqua. Seduti! non salvano le nostre gambe nè dall'umidità nè dal freddo.»
Nondimeno ad onta dell'imperiale censura, i mantelli corti continuarono ad essere in grand'uso fino all'età che or descriviamo, e massimamente presso gli Angioini. Tutti i cortigiani del principe Giovanni li portavano, non si stando dal motteggiare i mantelli lunghi dei Sassoni.
Le persone invitate presero luogo intorno ad una mensa riccamente imbandita. I molti cucinieri usi ad accompagnare il Principe in simili viaggi aveano adoperato tanta maestria e tanto ingegno nel variare le forme delle diverse vivande, che non meno de' moderni professori nell'arte della cucina, rendeano cosa impossibile ai convitati l'indovinare a prima vista la natura de' cibi cui stavano per assaggiare. Focacce, pasticcierie d'ogni genere, e cibi ghiotti, non soliti in quei dì a vedersi che sulle mense dell'altissima nobiltà, screziavano gradevolmente quella vista senza togliere la simmetria, cui compievano fiaschetti di vini i più delicati posti di distanza in distanza.
Generalmente parlando l'intemperanza non era vizio caratteristico dei Normanni. Più difficili da contentare che ghiotti, cercavano bensì la squisitezza nelle vivande, ma rifuggivano da ogni genere di sregolamento, la qual cosa non si poteva dire de' Sassoni. Gli è vero che il principe Giovanni ed alcuni che lo imitavano per fargli la corte, amarono oltre il dovere i diletti della mensa, ed ella è anzi notoria cosa, che la morte del primo fu dovuta ad una indigestione procacciatasi da sè medesimo col fatto abuso di pesche e di cervogia[18]; ma la condotta di questo Principe forma eccezione a quella de' suoi compatriotti, sobrii la maggior parte.
Laonde con una gravità maligna, solo interrotta da alcuni segreti cenni che si faceano a quando a quando fra loro, i cavalieri normanni stavano contemplando ogni moto il più lieve d'Atelstano e di Cedric, che commisero a propria non saputa molte sviste derivate dall'ignorare affatto le usanze di que' banchetti. Gli è più facile veder compatito un uomo il quale manchi alle regole della prudenza ed anche della costumatezza, che non tal altro, mostratosi ignaro delle minute particolarità d'un cerimoniale. Cedric, a cagione d'esempio, che forbiva le mani al tovagliuolo, anzichè aspettare che si rasciugassero agitandole all'aria disinvoltamente, fece ridere assai più del suo collega Atelstano, il quale da sè solo si appropriò un immenso pasticcio, pieno da quante cose fine e delicate potevansi immaginare. Ciò nulla meno allorchè dopo maturo esame si venne a scoprire che il thane di Coningsburgo (ossia franklin come i Normanni il nominavano) non conoscea le vivande da lui divorate sì avidamente, e che prendea per piccioni e lodole gli usignuoli ed i beccafichi, tale ignoranza gli fruttò risate, che ben più giustamente si meritava per la sua ghiottoneria.
Alla fine del convito, allorchè i fiaschetti si faceano girare attorno con maggior libertà, i commensali si diedero a favellar del torneo e delle imprese onde ciascun cavaliere erasi più segnalato. Vennero quindi passati in rassegna i nomi, e dello sconosciuto che avea riportato il premio coll'arco, e del Neghittoso Nero sottrattosi agli onori che meritò, e finalmente del prode Ivanhoe che a sì caro costo avea comperata la gloria d'essere acclamato vincitore. Dominava in tai discorsi una franchezza veramente militare, e le arguzie e le lepidezze che si succedeano rapidamente l'una a l'altra come le figure artifiziali d'una girandola. Il principe Giovanni era il solo che non partecipasse, a quanto parea della comune giocondità. Immerso in moleste agitazioni non mostrava dilettarsi delle cose che accadeano attorno di lui; fuorchè rade volte, e se taluno de' suoi cortigiani cercava divagarne la mente per sì fatto modo occupata, allora alzavasi impetuosamente, e colmando la sua tazza la votava d'un fiato, quasi con animo di svegliare così i sopiti suoi sensi, e frammettersi nei comuni ragionamenti, il che eseguiva con qualche osservazione, buttata, per vero dire, con poco garbo e spesso alla ventura.