Barbee non riuscì a vedere l’apparecchio, quando uscirono di nuovo e si spinsero fino all’estremità della pista di cemento; il rombo del motore sem­brava più fioco nella nebbia sempre più densa.

«Allora, Barbee», e la ragazza indicò col mento il gruppetto di persone in attesa, «chi sono?»

Barbee si chiese, rispondendole, perché mai la sua voce suonasse così incer­ta.

«Vedi quella signora alta col cane», cominciò, «quella che se ne sta un po’ appartata, con gli occhiali neri e il volto malinconico? È la moglie di Mondrick. Una cara, simpaticissima donna, e una pianista di valore, anche se cieca. Siamo sempre stati amici, fin da quando Sam Quain e io, per due anni, abbiamo alloggiato a casa sua, durante l’università. Vieni, ti presento.»

Ma la ragazza s’era fermata, fissando la donna.

«Così, quella è Rowena Mondrick?» La sua voce era scesa a un bisbiglio pieno d’intensità. «Che strani gioielli porta!»

Stupito, Barbee guardò meglio la cieca, che se ne stava eretta sulla persona, silenziosa e appartata da tutti. Come sempre, era vestita a lutto. Gli ci volle qualche istante per vedere i gioielli, semplicemente perché li conosceva trop­po bene. Sorrise:

«Quell’argento, dici?».

La ragazza annuì, osservando gli antichi pettini d’argento nei folti capelli bianchi di Rowena Mondrick, la broche d’argento sul collo dell’abito nero, i braccialetti d’argento massiccio e gli anelli, sempre d’argento, alle mani sotti­li, quasi da fanciulla, che trattenevano il cane. Perfino il collare dell’animale era irto di massicce borchie d’argento.

«Già, è strano», disse Barbee. «Non mi ero mai soffermato sulla passione di Rowena per l’argento. Diceva che le piace il tocco freddo di quel metallo... Sai, il tatto è importante per lei, nelle sue condizioni.» Guardò l’espressione ostile della ragazza. «Che c’è? sei arrabbiata?»