«E ora, Barbee, ti prego... dimmi, chi sono quelli?»

Indicò il gruppo di persone che stavano uscendo dal terminal. Un ometto fragile e minuto fece un gesto verso la cappa plumbea del cielo. Una bam­bina piccola gridò che voleva vedere meglio, e la madre la prese in braccio. Un’altra donna cieca veniva dietro tutti, guidata da un cane enorme, un fulvo pastore tedesco.

«Se hai un intuito così prodigioso,» fece Barbee, «perché mi fai delle do­mande?»

La ragazza gli sorrise di rimando.

«Andiamo, Barbee, è vero che sono tornata a Clarendon da poco, ma ho ancora molti amici qui, e poi il mio direttore mi ha detto che tu avevi lavora­to con Mondrick. Quel gruppo di gente laggiù deve essere venuta per acco­gliere gli esploratori. Sono sicura che tu li conosci. Perché non andiamo a intervistarne qualcuno?»

«Se ci tieni.» Barbee rinunciò a ogni idea di resistenza. «Andiamo.»

La ragazza infilò il braccio sotto il suo. Anche la pelliccia bianca, là dove gli sfiorava il polso, dava una strana sensazione elettrica. Quella ragazza eserci­tava uno strano fascino su di lui, che s’era creduto fino a quel giorno invulne­rabile alle donne. Ma la sua cordialità, insieme con quella strana sensazione di disagio che a tratti lo opprimeva, lo turbava più di quanto lui desiderasse dare a vedere.

La guidò entro il terminal, fermandosi a un tratto presso l’operatore della telescrivente per domandargli:

«È l’aereo di Mondrick?».

«Sta atterrando, Barbee.» L’operatore annuì, indicando un anemometro. «Con l’aiuto degli strumenti, praticamente un atterraggio alla cieca.»