Barbee guardò con aria infelice sopra i capelli fiammeggianti della ragazza, nel freddo crepuscolo plumbeo, che ora palpitava tutto al rombo dell’aero­plano invisibile.

«Non sono mai cambiati», riprese. «Ma naturalmente la vita a poco a poco ci ha allontanati. Mondrick ne ha fatto un gruppo di specialisti nelle varie discipline delle sue “scienze dell’uomo”, addestrandoli alle ricerche di quel qualcosa nell’Ala-shan. Non avevano più troppo tempo da dedicarmi.»

Barbee s’interruppe di colpo.

«April Bell», le domandò bruscamente, come per metter fine a quei ricordi penosi d’una sconfitta, «come hai fatto ad avere il mio nome?»

Gli occhi di lei s’illuminarono d’una blanda ironia.

«E se fosse stata intuizione?»

Barbee fu scosso da un altro leggero brivido. Sapeva di possedere quello che si chiama “fiuto per le notizie”, una percezione intuitiva dei motivi uma­ni e degli eventi che ne derivano. Non era una facoltà che si potesse analizza­re o spiegare, ma sapeva che non era insolita. Molti giornalisti di successo la possedevano, anche se, in un’epoca scettica verso tutto quello che non fosse il più vieto materialismo meccanicistico, desideravano dar prova di buon sen­so rinnegandola. Il suo intuito, tuttavia, spesso gli si era rivelato utile: nei loro viaggi scientifici, prima che Mondrick lo mandasse a fare il giornalista, lo aveva guidato più d’una volta al rinvenimento di qualche interessante lo­calità preistorica, semplicemente perché sapeva, chissà come, dove una tor­ma di cacciatori selvaggi avrebbero preferito accamparsi, o scavare una tana, o preparare la tomba di un compagno.

Tuttavia quella facoltà incontrollabile era stata per lui più una maledizione che un vantaggio. Lo rendeva sempre troppo acutamente conscio di tutto ciò che la gente intorno pensava e faceva, lo teneva sempre troppo vigile e teso. Tranne quando beveva. Beveva troppo, e non ignorava che molti altri giorna­listi facevano altrettanto. Quella singolare sensibilità, ne era convinto, rappresentava buona parte del motivo.

Era stato forse quel vago intuito a farlo rabbrividire al suo primo scorgere April Bell, sebbene nulla in quei lunghi occhi caldi e quei capelli color di fiamma gli sembrasse ora temibile.

Le sorrise e cercò di vincere la sua istintiva apprensione. Indubbiamente il suo direttore le aveva fatto, nell’istruirla su come preparare il servizio, il suo nome. Con ogni probabilità, quella ragazza era solita infliggere le sofferenze di Tantalo agli uomini, con quel suo irresistibile miscuglio di candore e di malizia. Le incongruità più strane hanno sempre una spiegazione logica, quando si riesca a trovarla.