Lei scosse il capo:
«No», bisbigliò. «Solo che non posso soffrire l’argento.» Poi sorrise, come per farsi perdonare quel momento di malumore. «L’ho sentita nominare, ma non so niente di lei.»
«Credo che fosse infermiera psichiatrica a Glennhaven quando conobbe Mondrick. Parlo d’una trentina d’anni fa. Doveva essere molto bella allora. Mondrick la salvò da non so quale amore infelice e la interessò al suo lavoro.»
Con gli occhi sempre fissi sulla donna, la ragazza lo ascoltava con grande attenzione.
«Finì per diventare sua allieva», riprese Barbee, «e lo accompagnò in tutte le sue spedizioni, fino al giorno in cui perse la vista. Da allora, per vent’anni, è sempre vissuta tranquilla qui a Clarendon. Ha la sua musica e una cerchia molto ristretta di amici. Non credo che partecipi più alle ricerche del marito. Molti la considerano un po’ strana... Sai, dopo il modo in cui perse la vista...»
«Come successe?»
«Si trovavano nell’Africa occidentale», disse piano Barbee, pensando con rimpianto ai giorni lontani in cui anche lui aveva preso parte a spedizioni in terre remote, in cerca di frammenti del passato. «Credo che Mondrick stesse cercando le prove che l’uomo moderno ha cominciato a evolversi in Africa... Questo molti anni prima delle sue spedizioni in Mongolia. Con l’occasione Rowena cominciò a raccogliere dati etnologici sulle tribù della Nigeria di alligatori umani e uomini-leopardo.»
«Uomini-leopardo?» Gli occhi verdi di April parvero socchiudersi, farsi quasi neri. «Che cosa sono?»
«Membri d’un culto segreto, cannibalistico, che secondo le leggende sarebbero capaci di trasformarsi in leopardi.» E Barbee sorrise all’attenzione con cui April lo ascoltava. «Rowena, capisci, voleva scrivere un libro sulla licantropia. La credenza, comune a molte tribù primitive, che certi individui possano trasformarsi in lupi e altre belve.»
«Oh!»